Assaggi: Paolo Zanotti – “Bambini bonsai”

Paolo Zanotti, Bambini bonsai, Ponte alle Grazie.

Sofia, so che ormai è tardi. È finita l’infanzia, sono passate le tempeste. Eppure mi sorprendo sempre a tornare a quegli anni, testardo come un’ape che batte i campi verso l’arnia lontana e insieme soffocato da uno di quei sensi di colpa enormi, completi come mondi, che si possono provare solo da bambini.
È tardi, ma vorrei comunque provare a spiegarti quel che è successo allora, quando il cielo era diverso, allora, quando, almeno per un istante, abbiamo avuto la fortuna di abitare lo stesso tempo, di vivere la stessa pioggia. Tu nella tua gabbia protetta, io disperso nei vicoli inondati, confuso tra i fantasmi ma bene attento a raccogliere tutti i segnali che mi lanciavi dal tuo sonno: un giocattolo, un disegno, la carta di una merendina o anche solo un pianto registrato. Per decifrarli ci voleva una gran pratica della lingua disarticolata dell’infanzia.
Ti racconterò i tempi della pioggia, a te che li hai conosciuti solo a stento, nella tua infanzia intermittente di bambina prigioniera. Evocherò per te l’attimo sospeso in cui, dopo mesi e mesi di calura rognosa, apocalittica, omicida, l’afa raggiungeva il suo picco, il tempo era immobile, il corpo si scioglieva: il big bang era vicino, lo si poteva toccare. Ti spiegherò come, dopo il primo scroscio, noi bambini ci riunivamo in bande. Non c’era bisogno di conoscersi prima né di vestire la stessa livrea: un istinto simile a quello degli uccelli migratori avrebbe indirizzato pure noi. È per questo che aspettavamo in trepidazione i giorni della pioggia, il momento in cui i cieli normali, gialli e roventi, venivano assaltati, sbranati da venti veloci come manguste. Mesi senza fine spesi davanti a schermi nozionistici o a cercare di salvare la pelle per strada trovavano la loro redenzione in quei tifoni improvvisi che avevano costretto gli adulti ad abbandonare ogni forma di calendario, a considerarli come lunghe notti che loro non sapevano né potevano affrontare. Si ritiravano in una stanza buia come animali spaventati dalla fiaccola e, per proteggersi, si tenevano stretti a chioccia, e se non si addormentavano spesso li sentivamo piagnucolare.
Temevano la pioggia come si teme l’uomo nero. Una paura che noi non ci sforzavamo nemmeno di capire: per noi la pioggia era l’avventura, la pioggia era la vita vera. Ma forse era proprio di questo che gli adulti avevano paura. Paura di un sovvertimento ricorrente ma imprevedibile, paura di noi bambini, che della pioggia eravamo i girini prediletti, i topi di quel formaggio. Nella pioggia noi avremmo governato città abbandonate, reinventato le regole dell’amicizia, in qualche caso liberato principesse prigioniere scoprendo troppo tardi che c’è sempre un pegno da pagare.
Oggi di quel mondo non è rimasto nulla. Se alzo gli occhi vedo un cielo nuovo, senza nuvole, che sembra liscio e dolce mentre in realtà è elettrico e teso come la diffidenza dei gatti. La grande serra che avvolge il territorio e ci ripara dagli assalti del clima ama travestirsi da cielo primaverile. Il risultato non è nemmeno così brutto, forse è necessario, o forse è solo la conseguenza del desiderio adulto di far finta che fuori dalla serra ci sia ancora un sentiero, e poi un’altra città, e ancora il mare, barchette, coste, promontori. E sopra un cielo azzurro. Mentre si sa che fuori è un inferno, e oltre tutto a causa dell’anidride solforosa che hanno liberato nell’atmosfera per provare a raffreddarla il cielo è ormai bianchiccio, un cielo fantasma.
Chissà se è vero. Mi viene sempre più spesso il dubbio (ogni giorno, sotto la volta, attendendo un treno che non passerà mai) di ritrovarmi prigioniero come lo eri tu allora, del tutto ignaro del mondo più violento e vivo che mi scorre accanto. Chissà che non sia là che dovrei ritrovare il tuo vero ricordo, scavalcando la presunzione degli adulti, le loro stupidissime buone idee, sfidando i confini per squarciare il cielo. O forse – forse che ne avrei paura anch’io adesso che quel tempo e quel clima non esistono più, adesso che sono anch’io un adulto?
Magari mi illudo, ma mi dico che io non ne avrei paura, che ne ho anzi solo nostalgia. Perché vedi, Sofia, il punto è che quando guardo troppo a lungo questo cielo finto ripenso a quello vecchio, al nostro, e allora le ossa sono scosse da brividi, i denti cominciano a far male. Un dottore mi direbbe che è solo il clima, che è normale che i nostri corpi continuino a patire i mutamenti dell’esterno, che è un’illusione pensare che una barriera di azzurro simulato basti a proteggerci dagli sconquassi che avvengono là fuori. Sarà, ma io penso invece che sia colpa dei ricordi: il sudore delle corse lungo le spiagge morte, i labirinti di lenzuola calcinate dal sole, i canti che s’innalzano al tramonto lungo il perimetro dell’agglomerato, la città vecchia in cui, finalmente libera, mi attendi presso un incrocio qualsiasi, acquattata contro un muro per ripararti dalla pioggia.

2.

La città-mondo della mia infanzia somigliava a un grumo edilizio malleabile, teso allo spasimo per ricalcare l’arco del golfo che va dalla Francia fino al porto della Spezia. Genova, città lunga lunga e sottilissima come l’ambizione di un serpente.
Quando ero solo un lattante minuscolo, tutto preso a sognare la migrazione delle anguille e la riconciliazione dei lupi e degli agnelli, una volta mi sono imbattuto in un programma-natura sull’antico golfo di Genova, ed è in quell’occasione che si è precisata (tutti ne abbiamo un certo numero) la mia prima immagine del paradiso. Lo schermo mi mostrava un golfo-giardino dove il mare si tratteneva dal mordere la terra, dove i monti erano tondi e la mezzacosta un’armonia di ville, valli e coltivazioni sospese (rose, violacciocche, ulivi, elencava con puntiglio il programma-natura). Più in alto, nei boschi, era ancora possibile incappare nella volpe e nel falco, nel cinghiale e persino nella pericolosa vipera.
Tutto questo era esistito prima, molto prima che il clima cambiasse, i monti si sbriciolassero e gli animali, all’inizio lentamente poi con una singola grande morìa, scomparissero lasciandosi alle spalle stormi e mandrie di fantasmi, nostalgie luminose quanto costellazioni (ariete, cancro, leone, pesci, capricorno), immagini residuali che ora continuano a intrecciare i loro nidi e a scavare le loro tane nel fitto dei nostri discorsi.
La datazione dei programmi-natura non era troppo chiara. Io sapevo che il grande mutamento era avvenuto prima della mia nascita, quasi certamente prima della nascita di mio padre, ma c’era anche chi diceva secoli, millenni, per non parlare di quelli che, giurando al cielo e sputando in terra, ti assicuravano che i programmi-natura erano solo frottole, finzioni, passatempi, perché suvvia, come si faceva a credere che il paradiso in terra fosse esistito veramente? Come si faceva a credere che là, dove i panni stesi s’incendiavano e nell’acqua salata allungavano le loro radici le mangrovie, avesse danzato un tempo un intero corpo di ballo di viti e di garofani?
Sì, d’accordo. Lo so anch’io che il più delle volte era difficile credere a tutto ciò che gli archivi senza fondo dei programmi-natura contenevano. Ma indipendentemente dal fatto che io ci credessi, con tutta la testardaggine dell’infanzia ci credessi, quel che più importa (e che è vero, e che è innegabile) è altro. Voglio dire il fatto che, rispetto a quello che avevo visto nel programma-natura, il territorio del golfo si fosse assottigliato. Solo così poteva aver avuto origine una città come quella in cui mi era toccato in sorte di crescere: solo da un equilibrio paradisiaco tra monti e mare, che poi si era spezzato. Il mare si era alzato, le valli e i monti, percossi dalle piogge, erano smottati, così che insieme, dal basso e dall’alto, avevano stretto in una morsa la materia della città, che era sgusciata via, scartata di lato come argilla quando provi a schiacciarla nella mano, aveva colmato ogni radura, si era raccordata con gli altri centri abitati ed era diventata un’unica città, una città serpente da dove il sole nasce incandescente fino a dove per qualche ora muore.
Il risultato è che su un mare non più azzurro, non più laccato, non più invitante era sorta una serie ininterrotta di facciate di edifici arrampicati gli uni sopra gli altri come in un ecosistema tropicale: palazzoni di venti-trenta piani multicolori e altri, più piccoli, incastrati negli interstizi come tessere minute che compattano il mosaico. Una muraglia altissima, interminabile, talmente fitta da sembrare un fondale dipinto. In basso le finestre arrivavano a filo d’acqua, ed era questo l’unico indizio dell’esistenza della parte sommersa, di quella città che era stata perduta per sempre, nemmeno più visibile. Il mare si era infatti trasformato in una superficie oleosa, una lastra di ossidiana impermeabile agli sguardi e interrotta soltanto, qua e là, da pastoie di alghe orrende, banchine di poliestere indolenti come ippopotami, piccoli scogli bianchi che erano in realtà il residuo calcareo di barriere coralline ormai defunte, come ce ne sono tante in tutti i mari del mondo. In cima, invece, la città era coronata da una stratificazione più recente di palazzi di cristallo grandi come l’incrocio di un elefante con una balenottera.
Solo in un punto, in un unico punto, la compattezza dei palazzi veniva meno, e là il puzzle serratissimo lasciava il posto a una specie di colata ribollente, ricordo dello smottamento dei monti e cicatrice di torrente in piena, che rompeva la muraglia delle case e sembrava voler raggiungere il mare, gli scheletri dei coralli, la città perduta.
È là che sono cresciuto. Alle spalle della muraglia di palazzi, in un’ansa desolata tra la colata di fango e rocce e le spire della città serpente.

Nazione Indiana

 

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