Recensione: Antonio Franchini – “Signore delle lacrime”

di Barbara Greggio

Antonio Franchini, Signore delle lacrime, Marsilio.

Il viaggio dell’io narrante assume i contorni di una peregrinazione verso l’interno, nella parte più intima dell’uomo – fatta di memoria e passato – più che di un’esplorazione scientifica dei luoghi raggiunti. Dai ghat di Benares, le pire funerarie dove chi ha abbastanza soldi per pagarsi la legna da ardere brucia il corpo fino a divenire cenere da sciogliere nel Gange, si passa d’istinto agli scoli dell’infanzia, fatti per essere saltati, risaliti o attraversati.

La morte è meno dolorosa da affrontare, se vista da fuori, in uno spazio in cui non si è soli. L’odore dei corpi che bruciano crea sbigottimento, perché non nauseabondo, come di carne arrostita. I mendicanti che racimolano poche rupie si fanno testimoni di una riflessione intima e silenziosa, di rimandi temporali che solo il lettore ha il privilegio di cogliere.
Il parallelismo tra mondo occidentale e cultura induista prende corpo nei ricordi di una vita trascorsa nell’agio, eppure tormentata da inezie che non si raddrizzano. Piccole imperfezioni che all’apparenza si fermano alla mancanza di manualità, ma che, ad una lettura più attenta, si ritrovano anche nel dubbio di una fede tralasciata, dimenticata in un’era lontana della vita, e tornata d’un tratto a colpire.

Lo studio di Sìva, divinità che tutto crea e tutto distrugge, lo yogin asceta capace di amare una donna, ininterrottamente, per diecimila anni, permette all’autore di guardare con spirito critico alle proprie scelte, ad un’esistenza che fatica a trovare consolazione in un bilancio puramente statistico. La probabilità della morte lo coglie di sorpresa, come una fitta, un’urgenza di liberazione, lungo il trekking che lo porterà ad Har Ki Dun. Se la morte dovesse portarselo via lì, su quel pezzo di terra umido e coperto di neve, cosa resterebbe della sua esperienza da tramandare ai figli?

La figura del padre assume un duplice significato nell’immaginario dialogo che l’autore fa con la sua giovane prole. Ricorda i tempi in cui lui non era ancora padre, e da figlio osservava l’afasia del genitore, costretto nel contegno di un’epoca passata, privato della capacità di parlare liberamente con il figlio, eppure volenteroso di condividere con lui anche solo un gesto. Spesso è per fare gesti minimi che ci vuole una forza grande. E così, in assenza di parole programmate, meglio lasciarsi guidare da un’ispirazione, che certo è più appagante di mille confuse volizioni, perché è una cosa sicura, un possesso.

A cinquant’anni tutto assume un peso differente, la morte – su cui da ragazzi si discuteva con le parole grevi della letteratura classica – lascia senza fiato e senza pensieri, quando arriva senza avviso. Claudio, l’amico fraterno del protagonista, muore in silenzio, lontano dalla compassione degli amici. Non provavo niente. A una certa età le reazioni rallentano come il decorso delle malattie. Come combattere l’impotenza?

Osando. Mandando in frantumi le mille inibizioni che il pudore ha creato negli anni. La discesa del Gange in canoa diventa liberazione da infrastrutture pesanti, urla lanciate contro il fragore dell’acqua, immerso nel rumore che tutto attutisce e tutto esalta. Anche le parole appaiono più libere, dopo questo episodio. Il pudore cede il posto allostupore. La vita è insieme tutto e il suo contrario, proprio come Sìva, Signore delle lacrime, è Colui che fa piangere, ma anche Colui che piange.

SUL ROMANZO, 18/9/2010.

 

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