Approfondimenti: Paolo Piccirillo – “Zoo col semaforo”; Marco Rovelli intervista Haidi Giuliani – “Con il nome di mio figlio”.

L’istinto dell’istinto.

In questi giorni ho letto due libri molto diversi, quasi senza punti in comune, in apparenza. E come mi succede spesso in questicasi, mi si allacciano pensieri, si annodano e si stringono, rintracciano corrispondenze o forse le creano.Un libro è  Zoo col semaforo di Paolo Piccirillo, il suo romanzo di esordio (che sembra nato da un collage incantevole di racconti) e l’altro è Con il nome di mio figlio, il libro intervista di Marco Rovelli ad Haidi Giuliani.

Il libro di Piccirillo parla di uomini e di animali, di uomini che si comportano come animali e animali che sicomportano come uomini. Non proprio, in realtà. C’è un concetto, alla base del romanzo, ed è un’idea che va a fondo circa la solita tiritera dell’“istinto” che muoverebbe gli animali, a distinguerli accuratamente dal “pensiero”, tutto umano. Gli animali di Piccirillo sono esseri che a un certo punto fanno qualcosa di impensato: un polpo che esce da un acquario e si trascina verso il mare, irresistibilmente, morendo a pochi centimetri dall’acqua; un falco che sale sempre più in alto in cielo, invece di scendere in picchiata, e sale fino a farsi scoppiare il cervello; un pesce che gioisce nel volo minuscolo e infinito del venire pescati e portati all’aria; un’anatra che nel bel mezzo di una migrazione si ferma in un acquitrino vicino all’autostrada e lì rimane, acquisendo col tempo i colori dell’asfalto; un cane tranquillo e sornione, che azzanna un giorno un ragazzino, mettendo in moto la macchina romanzesca.

Se è l’istinto a muovere questi animali, cosa spiega questi guizzi improvvisi, spesso suicidi? Un qualche “istinto dell’istinto”, uno sprofondare a un livello più profondo dell’istinto, uno sfondamento di campo che mette inevitabilmente in discussione tutto quanto: se già l’istinto è una nebulosa che di fatto nulla spiega, cosa potrà mai essere questo istinto di secondo grado, questo sprofondo? Piccirillo non lo dice, ed è la questione, posta così, che di per sé apre un orizzonte anche sull’umano, su una lettura delle azioni umane che svicola dall’ossessione psicologica e razionalista di cui anche io, mi rendo conto, sono vittima.

Il libro dei dialoghi tra Marco Rovelli e Haidi Giuliani parla di altre cose, sembra, parla soprattutto della ferita civile e umana che la morte di Carlo Giuliani ha portato nel cuore della Storia degli anni zero. Parla anche, ed è la cosa più toccante, di cosa succede dopo, per una madre, delle battaglie in cui è stata trascinata proprio quando si era ritirata dal lavoro, dall’insegnamento, quando pensava di essersi seduta sulla sua vita per vederne passare il resto, quell’approccio speculativo che è propria della vecchiaia. Invece gli eventi l’hanno portata altrove, l’hanno ritrascinata nel cuore stesso della Storia (che “siamo noi, siamo noi questo piatto di grano”). Ho sempre avuto problemi con la vicenda di Carlo Giuliani, c’era qualcosa che non mi tornava, e continuava a non tornarmi mentre leggevo l’inizio di questo libro. Eppure la lettura contemporanea del romanzo di Piccirillo mi ha fatto pensare a una cosa.

Carlo Giuliani con la sua morte ha smesso di essere una persona ed è diventato un simbolo: per alcuni, del manifestante violento che ha avuto quel che si meritava, in fondo in fondo; per altri, della vittima innocente uccisa dallo Stato, sulla scia delle Stragi dei ’70, delle morti in piazza… Il suo ruolo, il suo comportamento in Piazza Alimonda è stato sovrainterpretato a favore dell’immagine cui doveva corrispondere.

Haidi Giuliani in questo libro la racconta così: “Chi ha vissuto da vicino le giornate di Genova sa bene che il gesto di Carlo è stato un gesto difensivo, non offensivo. Difensivo nel contesto di quella situazione. Carlo è a fianco della camionetta, vede la pistola puntata, fa il giro, vede l’estintore, lo raccoglie, e cerca di fermare la pistola. Questo è nel carattere di Carlo. Carlo non era un aggressore, Carlo era semplicemente uno che non accettava che venissero minacciate le persone con una pistola. E ha cercato di fermarne una.”

Ecco, questa interpretazione, che è l’interpretazione di una persona per cui (giustamente) il proprio figlio è “il più bello, il più buono, il più bravo del mondo”, suona goffa e persino falsa se pronunciata da qualsiasi persona che non sia la madre. I fatti sono questi: si fronteggiavano due persone, una con una pistola, una con un estintore, a una distanza di circa quattro metri. Certo, la cosa sta dentro a un contesto preciso, una situazione di guerriglia scatenata volutamente dalle Forze dell’Ordine per fare una carneficina dei manifestanti, dipingendoli poi come terroristi e annichilendo il movimento, spiaccicandolo sugli anni di piombo. E non sarà un caso se il detentore del potere aveva una pistola, e il suo avversario un estintore vuoto. E non sarà neanche un caso se, alla fine, sul selciato, il cadavere non era quello del carabiniere. Rapporti di forza.

Ma la situazione di violenza reciproca non va mistificata, edulcorata, Carlo in quel momento era un ragazzo catapultato in una zona di guerriglia, dove percepiva a livello animale come la sua incolumità, la sua vita stessa fossero in pericolo, e così quella dei suoi amici. Ma dire che ha alzato l’estintore solo per difesa, che quello non era un gesto offensivo ma solo difensivo, che volesse così soltanto disarmare il carabiniere, mi pare una favola bella che ieri ci illuse, che oggi ci illude ancora, forse. Ed è una favola razionalista e psicologica, tale e quale a quella che lo ritrae come violento e facinoroso, suo specchio ideologicamente avverso.

Ci sono studi su studi su come le situazioni di pericolo, e le situazioni di caos nella folla soprattutto, modifichino il comportamento delle persone, spegnendo la razionalità e accendendo qualcos’altro. L’istinto di sopravvivenza, soprattutto. Ci sono persone che per tutta la vita si comportano in un modo, poi a un certo punto fanno qualcosa di impensabile. Carlo Giuliani può essere stato la persona più pacifica del mondo, buona e generosa, sicuramente lo era, ma la miseria dello Stato italiano l’ha messo in condizione di tornare animale, reagire e agire di istinto. Però se penso a quel momento finale, non mi basta neanche la solita tiritera dell’istinto animale. Di fronte a quella pistola poteva girarsi e scappare, questo era istinto, istinto di sopravvivenza bello e buono. Invece ha alzato l’estintore sopra la sua testa, e in quel gesto infinitesimo di offesa si è schiantato al suolo. E non c’è psicologia, non c’è istinto che tenga.

Come il “falcopensiero” di Piccirillo, Carlo ha continuato insensatamente ad alzarsi in quota, sempre di più, fino a farsi esplodere il cervello: “il falco, prima di precipitare a peso morto, sulla terra scura, appena sotto l’erba, ha creduto di aver visto tutto il mondo possibile, dall’alto dei suoi scarsi milleottocento metri. Quando finisce sull’erba il corpo del falco fa un rumore innaturale: come un colpo di fucile partito per sbaglio.”

I resti del falco, di Carlo, restano a terra, di fronte ai nostri occhi che ancora si interrogano sul senso di quell’estintore alzato, sui meccanismi del pensiero e dell’istinto. Non c’è una risposta semplice in questo caso, ma quando mai ce n’è una?

i l b i a n c o a t t o r n o, 2/12/2010.

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: