Le vetrine d’Autore del nostro Farm market: Nicola Lagioia

Quella che segue è una piccola lista di  libri che ho amato, o che mi sono semplicemente piaciuti, ma che dimostrano – in entrambi i casi – di come la letteratura sia viva e (più che fiction, o intrattenimento, o strumento di lotta politica) rappresenti una particolarissima forma di pensiero capace, da qualche millennio a questa parte, di spalancarci scenari e aprirci la mente verso mondi che, da soli, non saremmo mai in grado di raggiungere.

 

Cormac McCarty, Suttree. È un libro pubblicato alla fine degli anni Settanta, ma arrivato in Italia solo adesso. Chi ama il Cormac McCarthy dell’ultim’ora, quello di La strada o Non è un paese per vecchi, non è detto che sia destinato ad apprezzare Suttree. Chi è invece legato alla Trilogia della frontiera e a Meridiano si sangue sentirà più familiari le pagine di questo libro. Ma né il McCarthy portato al successo dai Coen né il vincitore del National Book Award (quello di All the pretty horses) arrivano all’apice di Suttree, il vero capolavoro di questo scrittore, e cioè un misterioso, profondo, inquietante punto di incontro tra l’America di Moby Dick e di Huckleberry Finn e quella di Poe e di Lovecraft. Credo insomma che Suttree sia un capolavoro. Un libro impegnativo, certo, la cui soglia è magari difficile da varcare. Una volta dentro, però, sarete ampiamente ricompensati, e vi sembrerà di accedere a un tesoro di conoscenza e percezioni capace di produrre vere e proprie dilatazioni della coscienza consentite solo dalle migliori droghe o dai migliori libri.

Luciano Bianciardi, Antimeridiano. Probabilmente lo scrittore italiano più arrabbiato del secondo dopoguerra. Ma a differenza delle ire a buon mercato a cui è abituato – per privilegio di latitudine – l’italiano medio, la vita agra dell’anarchico Bianciardi non ha niente di cinico, niente di volgare, niente di servile ma al contrario si scaglia con tutto quello che rimane (la bile, i nervi, la pazienza stremata, e soprattutto la lingua, la lingua salvata della letteratura italiana…) contro quel servilismo, quella volgarità, quel cinismo che fanno dell’Italia un paese in cui era (ed è) molto difficile sia lavorare che vivere. Una testimonianza che è anche un riscatto – per noi, e per l’autore distrutto dall’alcol nel pieno degli anni – a patto di diventare un vademecum per le nuove generazioni.

William Gaddis, JR. I lettori italiani hanno imparato l’abc del postmoderno con un certo ritardo, non a causa loro, ma perché l’editoria di casa nostra ha importato in differita i campioni di quello che forse è il più controverso, inafferrabile, contestato (e chissà, forse ormai anche al tramonto) genere letterario degli ultimi decenni. Ma se c’è un libro che – così come V di  Pynchon e L’opera galleggiante di Barth e Madre Notte di Vonnegut hanno dato il la – rappresenta più di altri la fase matura del postmoderno a stelle e strisce (almeno quanto i libri di DeLillo e Foster Wallace hanno chiuso il cerchio), questo è JR di William Gaddis. Anch’esso per molto tempo fuori portata per il lettore italiano, adesso finalmente è disponibile nella nostra lingua.

Franz Kafka, Un artista del digiuno. Mentre alcuni scrittori che amo, per quanto li ami e anzi li adori io riesca con una certa concentrazione a smontarli, a capire cioè come fanno a fare quello che fanno (il caso per esempio di Nabokov), Kafka appartiene a quella schiera di sciamani delle lettere le cui opere sono per me invece un mistero assoluto. Le smonti, le scomponi pezzo a pezzo per scoprire che sono fatte di pochi elementi, ma quegli elementi non più scomponibili – veri e propri atomi così come li intendevano gli antichi greci – contengono un segreto (almeno per me) impenetrabile. Il re di questo genere di scrittori è probabilmente Franz Kafka. I suoi racconti hanno una struttura non lineare ma nemmeno così tanto complessa, e soprattutto la sua lingua è ai limiti del monolite. E però, come per i monoliti di Kubrick, hai l’impressione (e poi, continuando a leggere, la certezza) che quelle poche parole legate tra di loro in modo apparentemente semplicissimo irradino ognuna il segreto più nascosto e più profondo e più lontano della nostra civiltà. Nel caso di Kafka, della cultura europea, e dunque occidentale.

Paul Celan, Microliti. L’esperienza di Paul Celan incarna perfettamente la mia idea su qual è la missione della letteratura. Non credo infatti che i versi (e qui la prosa) di uno come lui annullino retroattivamente le varie Auschwitz e le Hiroshima e i veri e propri orrendi disastri della specie di cui il genere umano è stato capace di disseminare la propria storia. Credo però che solo l’aiuto di opere come quelle di Celan sia in grado di farci riconoscere l’un l’altro ancora come umani anche dopo gli eventi terribili di cui volta per volta ci macchiamo indelebilmente. Insomma, credo che la letteratura (rispetto all’intervento sull’hic et nunc) abbia un compito più ambizioso e meno ambizioso di quanto si creda abitualmente. Agisce solo sulla media, e molto più spesso sulla lunga e la lunghissima distanza. E infatti Paul Celan è ancora vivo.

Francesco Pacifico, Storia della mia purezza. Con i suoi libri, Francesco Pacifico sta consentendoci, negli ultimi anni, di accedere a un mondo tanto importante nella vita del nostro Paese quanto poco esplorato dalla letteratura contemporanea: quello dei cattolici. Questo romanzo è la storia di un cattolico integralista del XXI secolo, stretto (anzi distrutto progressivamente dalla lacerazione) tra ortodossia ai limiti del fanatismo e richiamo della vita e soprattutto del sesso. Ma forse il merito di Pacifico è un altro e più tradizionale e per questo (letterariamente parlando) ancora più interessante: utilizzare una vera sapiente lingua letteraria e un argomento scottante come altrettanti grimaldelli per raccontare il nostro presente. Una cosa che riguarda tutti, cattolici e non.

Paolo Piccirillo, Zoo col semaforo. Questo libro ha due importanti carte da giocare, e lo fa molto bene: una scrittura antica, amara, asciutta, sobriamente sostenuta da decenni di letteratura italiana, e una struttura nuova, eccentrica, frammentaria, reticolare, che forse solo uno scrittore nato dopo il 1975 avrebbe potuto ideare. Una storia di colpa, perdono e redenzione sotto forma di  bestiario. O forse un bestiario come pretesto per il più classico dei drammi. O forse, ancora meglio, una forma nuova (e dunque difficilmente classificabile) dentro la quale incanalare e potenziare un’urgenza e un coinvolgimento emotivo che da sempre sono il sale della pagina scritta.

Francois Truffaut, Il cinema secondo Hitchcock. Truffaut intervista Hitchcock o Truffaut scopre se stesso intervistando Hitchcock o Hitchcock usa Truffaut per raccontarsi meglio? Con personaggi del genere, i giochi di specchi possono essere infiniti. Due grandi registi per un libro che è ormai un classico. Per chiunque ami il cinema e non tema le vette.

 

Nicola Lagioia

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Una Risposta to “Le vetrine d’Autore del nostro Farm market: Nicola Lagioia”

  1. Arzach Says:

    Ciao Nicola, innanzitutto complimeti per “Riportando tutto a casa” e per gli spunti offerti da questa vetrina. Volevo segnalarti che qualche settimana fa mi sono fatto circa 240 Km in auto per assistere alla presentazione del tuo ultimo libro a Roma, sul lungotevere per intenderci, ma, fidandomi delle informazioni pubblicate dal sito dell’Einaudi, sono arrivato con un giorno di ritardo. Sbollita l’incazzatura per il viaggio inutile con una poco sofisticata e-mail all’ufficio stampa della suddetta casa editrice, mi piacerebbe poter organizzare una presentazione di “Riportando tutto a casa” dalle mie parti (la profondissima provincia di Latina).
    Con ammirazione
    Antonio di Fazio

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