Recensione: Enrico Brizzi – La vita quotidiana a Bologna al tempo di Vasco Rossi

Quei Céliniani nella Bologna degli anni ’80

«Quando incontro qualcuno che scuote la testa e dice che Bologna non è più quella frizzante e anticonformista di una volta, vorrei domandargli piccato: “Perché, te sì? Hai ancora il sorriso e il cuore leggero di quando avevi vent’anni?”». Torna così a far parlare di sé lo scrittore Enrico Brizzi, a pochi mesi dalla pubblicazione del romanzo L’inattesa piega degli eventi, con un nuovo bel libro dal titolo La vita quotidiana a Bologna ai tempi di Vasco (Laterza). Una narrazione autobiografica, stavolta, divisa in sette “epoche”: periodi che procedono dalla data di nascita dello scrittore, il 1974, ritenuta l’epoca arcaica per poi evolvere in età classica, alto medioevo, basso medioevo, rinascimento, età moderna e nuovo millennio. Da sfondo a tutta la cronistoria le avventure di vita vissute da Brizzi nella sua città natale, Bologna, per quella che è, quindi, una vera e propria sorta di autobiografia.
«Se voglio raccontare cos’è Bologna per noi che ci siamo cresciuti, devo tornare all’ombra protettiva del lungo portico ai piedi dei colli che ho conosciuto da bambino, quando anche Vasco e Bologna erano più giovani. Allora i nomi e i cognomi fioriranno sulla carta nell’esatto ordine di apparizione che hanno avuto in questa storia». Così Enrico Brizzi racconta la “sua” Bologna, i suoi principi, i suoi re, i suoi anni. Quelli del disincanto e dell’individualismo di massa, del rock, del calcio, quelli rabbiosi di Vita spericolata, «sospesa fra Baudelaire, Boccaccio e il bar all’angolo. E poi gli anni della scrittura, quell’epoca inattesa in cui poteva capitare di tutto, mentre un’irripetibile Bologna cresceva e si consumava. Gaudente e un po’ matrona». Ma non solo. Bisogna riconoscere che nelle pagine di questo libro si potranno riconoscere diversi giovani, non solo bolognesi ma di ogni parte d’Italia, che negli stessi anni raccontati da Brizzi vivevano delle stesse icone, delle stesse passioni e delle stesse speranze dell’autore del romanzo Jack Frusciante è uscito dal gruppo. E quindi non deve stupire se un autore per lungo tempo considerato “per adolescenti” racconti un pezzo significativo della storia italiana degli ultimi 30 anni: se è vero che lo scrittore bolognese ha dipinto meglio di altri i ragazzi di metà anni ’90 con Jack Frusciante, libro pieno di ironia e insieme di tenerezza per il mondo adolescenziale descritto e che risultava gradevole anche per un adulto, il percorso di Brizzi la dice lunga sulla sua capacità di evolversi e stupire. Dopo la pubblicazione del primo libro ha corso il rischio di non piacere ai vecchi lettori, quelli affezionati all’epopea di Alex e Aidi, cambiando totalmente soggetto, e conquistando nuovi lettori: con Bastogne, secondo libro edito nel ’98, che «sta a Jack Frusciante è uscito dal gruppo come Fegato spappolato ad Albachiara», com’egli stesso ebbe a dire tanto per rimanere nell’ambito delle metafore legate a Vasco Rossi, intriso di atmosfere tenebrose com’era e contestualizzato in una Nizza primi anni Ottanta vissuta da quattro drughi sembrati uscire fuori direttamente dalla testa di Antony Burgess o di Louis-Ferdinand Cèline. Quello stesso Cèline, che è la lettura preferita di Ermanno, il protagonista del suo romanzo Bastogne.
E poi il resto e l’evolversi della vita: sposato dal 2003, padre di due figlie, tifoso del Bologna, i suoi miti sono Bonaventura Durruti, Andrea Pazienza, Ugo Tognazzi, e Pier Vittorio Tondelli, di cui qualcuno lo ritiene il vero erede. Ama i romanzi americani e i fumetti di Hugo Pratt. E tra le sue principali attitudini, anche quella di camminare: nel 2006 percorre la via Francigena, via che congiunge Roma a Canterbury, che lo ha impegnato per tre mesi e ha ispirato il romanzo Il pellegrino dalle braccia d’inchiostro. Del resto lo stesso Brizzi prima di percorrere la scorsa estate la Roma-Gerusalemme diceva: «Ognuno si mette in cammino per un motivo diverso, ma il fatto di ripercorrere le orme di viandanti e pellegrini ci lega tutti. Camminiamo per interrogare le nostre radici e capire meglio il posto complesso dove abitiamo. Se la Via Francigena fra Canterbury e Roma mi ha fatto conoscere l’Europa a forza di gambe, questa volta l’attenzione è sul bacino del Mediterraneo».
E ancora una volta Brizzi ha saputo colpire nel segno, raccontando il nostro passato prossimo a suo piacimento. Indubbiamente e ancora una volta meglio di altri sa intercettare nelle sue pagine gli atteggiamenti e i pensieri di coloro che sono stati giovani negli anni Ottanta, e forse perché legato visceralmente alla sua giovinezza, riesce a capire adolescenti e giovani anche di epoche diverse dalla sua. E lo fa chiamando in causa diversi personaggi bolognesi, descritti con leggerezza e quindi in maniera gradevole agli occhi del lettore, che sono anche le icone italiane postmoderne: si va da Vasco Rossi, personaggio cult attorno a cui si muovono il libro e i suoi personaggi, ad altri gruppi musicali allora in voga, come gli Skiantos e i Gaznevada, colonna sonora perenne del ’77 bolognese, ai cantautori affermati come Lucio Dalla o il “maestrone” Francesco Guccini, ad abitudini e mode soprattutto musicali, per passare anche attraverso i più popolari Gianni Morandi e Luca Carboni.
Brizzi sceglie infatti come chiave di lettura per la sua narrazione il variopinto universo della musica leggera, quella ascoltata dai giovani. E poi c’è la politica. Vissuta a tratti troppo seriamente da uomini che «si dividevano in tre classi d’età: quelli che avevano fatto la guerra, quelli che avevano fatto il ’68 e quelli del ’77, come se la maturità coincidesse fatalmente con l’aver partecipato a disordini su media o larga scala». Lui che per ragioni anagrafiche è stato tagliato fuori da tutte queste esperienze riesce, superando ancora una volta la storia ufficiale, a descrivere il panorama umano di una Bologna «con i comunisti in Mercedes e la gente in giro fino a tardi», in cui tra i quarantenni reduci del ’68 si notava in città qualche socialista all’arrembaggio, poi si percepiva la presenza di un po’ di repubblicani e d’un discreto numero di controrivoluzionari sparso nelle parrocchie, di cui facevano parte anche i miei nonni e i famosi fratelli Prodi, spesso evocati come esempio di onestà e devozione al lavoro nonostante fossero democristiani». E c’è la Bologna del ’77 e del sindaco comunista Zangheri che manda i carri armati contro gli studenti, e la Bologna del 2 agosto del 1980 e della strage alla stazione.
Che è sempre la stessa Bologna degli anni più scanzonati, che divide i suoi figli tra fans della Virtus contro quelli della Fortitudo (le due squadra di basket della città, tra cui c’è un’accesissima rivalità): gli anni degli scherzi, delle prime esperienze con le ragazze, della scoperta del genio creativo di Andrea Pazienza, di Filippo Scozzari e del colorato mondo dei fumetti. E gli anni delle scazzottate ultras di cui «però, è meglio non parlare ai giornalisti, né alle ragazze: non avrebbero capito». Brizzi ci aiuta riflettere sull’importanza dei personaggi e dei fatti emersi all’ombra delle due torri. In effetti ci sono proprio tutti: da Stefano Benni, ritenuto dall’autore «il più grande scrittore italiano», a Umberto Eco che insegna al Dams, ad Andrea Pazienza che al Dams ci ha studiato, dal “maestrone” Guccini e la sua bolognesissima residenza di via Paolo Fabbri 43 a Roberto Baggio, che ha vestito la casacca rossoblù. Tutte icone così bolognesi. Così tanto italiane.

di Giovanni Tarantino, Il Secolo d’Italia, 14/01/09

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