Senza prudenza: Cortellessa attacca Carla Benedetti.

Poche cose sono più ineleganti che difendere il proprio lavoro dalle critiche. Posso ben dirlo proprio perché sono un critico. Con Senza scrittori, però, mi trovo per così dire dall’altra parte della barricata e qui su Affari italiani già più volte mi sono visto costretto a correggere inesattezze o sviste, nella ricezione del film da me realizzato insieme a Luca Archibugi per la RAI Cinema di Franco Scaglia.
Se però mi sono lasciato andare a un comportamento che in genere depreco, il che peraltro reitero in questo momento, è per un semplice motivo. Non essendo ancora il film ufficialmente distribuito, ed essendosi svolta sinora una sola anteprima (all’Azzurro Scipioni di Roma il 28 giugno), purtroppo solo pochi hanno avuto occasione di vederlo, e so con assoluta certezza che diverse delle numerose persone che in queste ultime settimane lo hanno commentato, molto semplicemente non lo hanno visto. Alice Di Stefano – che sul Giornale ha protestato per l’assenza, dal capitolo del film dedicato alla serata finale del premio Strega 2009, del libro di sua madre Cesarina Vighy – lo ha, qui, pubblicamente ammesso (dicendo di esserselo però fatto raccontare nel dettaglio) e le do atto di questa sincerità. Con lei, che conosco da quattordici anni, ho provveduto a spiegarmi personalmente, scusandomi per essere entrato in una sua vicenda privata che lei stessa aveva messo in campo ma che evidentemente non sta a me giudicare.
Altre recensioni o menzioni, in positivo (Walter Pedullà sul Messaggero, Marco Belpoliti sulla Stampa, Paolo Fallai e Franco Cordelli sul Corriere della Sera, ultimo in ordine di tempo Gabriele Pedullà col bell’articolo sul Sole 24 ore di ieri) o in negativo (Simone Ghelli sul sito Carmilla), sono state invece di spettatori del film, che ne hanno commentato contenuti e stile in modi assolutamente corretti sui quali posso dissentire (è ovviamente il caso di Ghelli) ma che con ogni evidenza rientrano nel loro diritto di critica.
La maggior parte delle cose che ho letto, e guarda caso queste tutte in negativo, sono state però di non-spettatori del film: i quali nonché “farselo raccontare” si sono limitati a commentare… il primo articolo ad esso dedicato, quello di Francesco Erbani uscito sulla Repubblica che, subito prima della serata Strega di quest’anno (e con toni che inevitabilmente risentivano del fermento e delle polemiche di stagione), aveva visto il film prima di tutti, scrivendone positivamente.
Sul Giornale a più riprese (e tanto peggio se, come sostenuto da ultimo dal quotidiano, alla proiezione romana era presente un loro collaboratore: perché dunque non entrare nel merito dei suoi contenuti?) e su una quantità di siti ho visto discettare non del mio film, ma delle reazioni degli altri media.
In modo simile, del resto, quando si discute di un libro o di un qualunque oggetto culturale su un lit-blog, la situazione-tipo è quella in cui il commentatore esordisce dicendo «io non ho letto il libro in questione, ma quel che ne dice Tizio è insopportabile, mentre quello che dice Caio conferma che si tratta di un genio». La situazione – anche al di là di trovarmici in mezzo come parte in causa – è interessante proprio in termini di semiotica della comunicazione.
Il caso che più mi ha impressionato, e che dovrebbe però piuttosto rientrare nella deontologia professionale, è quello dell’articolo di Carla Benedetti Processo alla critica, pubblicato da L’Espresso venerdì scorso e ripreso, in forma modificata e ampliata, dalla stessa autrice sul suo sito Il primo amore.
Anche in questo caso – come appunto in quello del Giornale – è andata sprecata l’occasione per discutere di assetti proprietari in editoria nella distribuzione e nella vendita dei libri, in un periodo in cui sempre più chiara appare la sperequazione fra grandi gruppi e piccola editoria indipendente (alla cui protesta ha dato voce con sensibilità Simonetta Fiori sulla Repubblica nei giorni scorsi), che sono appunto i temi del film. Occasione sprecata grazie all’ennesimo articolo di C.B. interamente basato su pregiudizi (oltre che sulla solita sfilza promozionale dedicata ai soliti autori amici). Quando dico «pregiudizi» non uso una metafora, poiché appunto l’articolista non ha visto il film ma si basa unicamente sul citato articolo di Erbani sulla «Repubblica», estrapolandone frasi come per esempio «non ci sono più opere o scrittori o critici o riviste ma solo produzione industriale» che però, nel prosieguo del ragionamento di C.B. (se così vogliamo qualificarlo), vengono a me nella sostanza attribuite sostenendo che «quando [Cortellessa] loda qualcuno degli scrittori odierni, si affretta a precisare che “nessuno di loro è Dostoevskij”» (frase prelevata da un mio commento sul blog Lipperatura, dall’articolista evidentemente compulsato con attenzione) per concludere: «Cos’è questa volontà di lavorare al ribasso, di tagliare via gli alberi più grandi per poi regnare nel sottobosco?».
Se Carla Benedetti avesse visto il film (o se avesse letto anche solo la prima frase della sua presentazione) saprebbe che al Premio Strega dedica solo uno dei suoi cinque capitoli e che il titolo Senza scrittori è volutamente paradossale e ironico (mi rendo conto del fatto che C.B. è ideologicamente avversa, in quanto caratterialmente inidonea, all’ironia; ma un critico, se davvero fosse tale, dovrebbe essere in grado di cogliere almeno la più evidente intentio auctoris). Non mi sogno nemmeno di affermare, né in Senza scrittori né altrove, che «non ci sono più opere o scrittori o critici ma solo produzione industriale»; tanto è vero che la stessa C.B. che mi definisce «critico ed editor della piccola editoria» sa benissimo che da cinque anni dirigo una collana, fuoriformato de Le Lettere, che pubblica appunto autori nuovi o dimenticati che ovviamente per me (e in piccola parte grazie a me, anzi) esistono, eccome.
Semplicemente quelli che sono per lei «gli alberi più grandi» non lo sono per me: ma, almeno sino all’introduzione ufficiale del pensiero unico, mi ritengo in diritto di sostenere autori diversi da quelli sostenuti da lei. Non dice poi soprattutto, C.B., che imprese come fuoriformato (la quale si avvia infatti alla chiusura) sono oggi letteralmente strangolate dalla grande distribuzione e dall’organizzazione delle grandi librerie di catena (il cui funzionamento è discusso con ampiezza, in Senza scrittori, con Romano Montroni). Il (non nuovo) malanimo di C.B. nei miei confronti si spinge a indicare una prova del fatto che esistano oggi riviste autorevoli nella ricomparsa in edicola di «alfabeta», che cita per la presenza in essa di un articolo di Umberto Eco senza però dire che della rivista sono proprio io, insieme a Nanni Balestrini e Andrea Inglese, il redattore! E sarei io ad affermare, contemporaneamente, che «non esistono riviste»? La critica ha diritto ad essere tendenziosa, ritengo, ma qui siamo alla consapevole disinformazione del lettore.
Non è ancora tutto. L’aspetto più stupefacente dell’articolo di C.B. si rivela con la lettura comparata delle sue due versioni. Al pubblico dell’Espresso, e ai suoi redattori culturali, scrive che la ricomparsa di «alfabeta» e la pubblicazione su di essa dell’«articolo di Umberto Eco» (il quale, non so se ci sia bisogno di ricordarlo, è collaboratore illustre dello stesso Espresso) dimostra in sé che quella delle «riviste scomparse» è «cosa falsa». Ai lettori del Primo amore, e ai suoi corredattori (che sono in buona parte gli stessi autori ivi lodati quali «alberi più grandi» della foresta letteraria italiana), dice invece che l’impegno letterario e politico di quello che sarebbe il maggior intellettuale italiano, il da lei plurimenzionato Antonio Moresco, «non viene messo nel conto nelle stanche rimasticazioni sull'”impegno”, sulla “scomparsa” o su “il ritorno degli intellettuali”, ingombre delle “idee ricevute” dal Novecento, cieche di fronte al presente e alle sue novità terribili o straordinarie (si veda il primo numero di Alfabeta 2″)».
Dunque questa eroina del libero pensiero e della parresìa, che i piccoli fans del mondo blogger esaltano per il suo «coraggio di non essere mai banale e di dire quello che pensa, e farlo in maniera diretta e non diplomatica», sostiene pubblicamente due diverse verità: sull’Espresso Umberto Eco e alfabeta2 sono la prova autoevidente della vitalità della cultura italiana, sul Primo amore quelle di alfabeta2 sono invece «stanche rimasticazioni» e idées reçues. Questa spettacolare performance della peggiormente italiana doppia verità di comodo e di schieramento, dell’eterna malafede dorotea o piuttosto nicolazziana, questa disinvoltura sbracata a licenza, sono un perfetto esempio dello stile intellettuale (a voler tacere, per carità di patria, su quello di scrittura) di chi si proclama discepola di Pasolini e Foucault e che in verità si rivela nient’altro che l’ultima nipotina di padre Bresciani.
Nel ringraziare Affari italiani per lo spazio generosamente offertomi vorrei col presente intervento uscire da questa discussione, rinviandone ulteriori eventuali battute a quando Senza scrittori – già da settembre con la sua presentazione al festival Pordenonelegge e in altre manifestazioni in varie città d’Italia, e poi in autunno in forme spero a tutti accessibili – verrà commentato, e legittimamente criticato, da chi davvero lo avrà visto.

20/07/2010

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