Carla Benedetti – La democrazia, la cultura e i “giri”

Di ritorno dagli Usa, dopo tre mesi passati a insegnare all’Università di Chicago, e a notare con dolore la differenza tra la vita culturale più libera che c’è lì e tutti gli impedimenti (non solo economici) che invece da noi la soffocano, mentre ero ancora sull’aereo ho aperto di nuovo un giornale italiano su carta. Mi è venuto incontro il Paese malato di prima, ma ancora più straziato da predatori, con la democrazia ridotta a paravento, l’università pubblica ancora più smantellata, politici che continuano a fomentare la paura e l’odio razziale, un clima che spreme fuori il peggio da ogni uomo.
Ma in prima pagina di “Repubblica” (del 17 giugno) leggo qualcosa che che mi ridà animo. Un’analisi che va in profondità, oltre il già noto, che forgia concetti nuovi ed è mossa da un percepibile amore per il proprio oggetto. E’ una riflessione di Gustavo Zagrebelsky sulla democrazia e su ciò che la sta divorando dal di dentro nel nostro Paese. Parla di una forma “nostrana” di oligarchia, che agisce nascondendosi, e che egli chiama “oligarchie di giro”.
“Intendo con questa espressione – il giro, esattamente ciò che vogliamo dire quando, di fronte a sconosciuti dalla storia, dalle competenze e dai meriti incerti, o dai demeriti certi, i quali vengono a occupare posti difficilmente concepibili per loro, ci domandiamo: a che giro appartengono?”
E continua dicendo che questa “struttura del potere”, che distrugge l’ethos e le basi culturali senza le quali la democrazia non può sopravvivere, non è mai stata così estesa e capillare come oggi:
“…catene verticali, quasi sempre invisibili e talora segrete, legano tra loro uomini della politica, delle burocrazie, della magistratura, delle professioni, delle gerarchie ecclesiastiche, dell’economia e della finanza, dell’università, della cultura”.
Sì, anche della cultura. Gli invisibili giri, che ognuno però avverte, e che trasformano gli individui liberi in “servi” di chi in cambio gli darà privilegi o carriera, corrodono anche lì. Questo male però non viene quasi mai messo nel conto. Quando si parla dello stato della letteratura, del teatro, dell’arte, della ricerca, si è pronti a additare le logiche di mercato e di profitto che vi sono penetrate, ma qui ci si ferma.
Sullo stesso giornale, in cultura, leggo un articolo intitolato “Dove è finito lo scrittore”. Si parla di un documentario di Andrea Cortellessa e Luca Archibugi, prodotto dalla Rai, dal titolo polemico, ma ugualmente castrante, “Senza scrittori”. La tesi è che nel mercato della letteratura, dominato dagli interessi dei grandi gruppi editoriali, “non ci sono più opere o scrittori o critici o riviste ma solo produzione industriale”. Quante volte si è sentito ripetere che in Italia non c’erano più grandi scrittori. Verdetto che faceva il deserto, cancellando anche il buono. Dopo “Gomorra” credevo che non lo avremmo più sentito. Invece eccolo di nuovo, e proprio nelle pagine culturali di un quotidiano che in politica è tra i più agguerriti e efficaci.
A fianco, c’è un’intervista a Alfonso Berardinelli. Anche lui parla di “scrittori che si adeguano”, di “riviste sparite”, della grande editoria che “oggi è la retroguardia”, e che “ruba gli autori sui quali i piccoli editori hanno rischiato”. Quando era editor della Bollati Boringhieri, Berardinelli rifiutò “Gli esordi” di Antonio Moresco, che pubblicò Gabriella D’Ina della Feltrinelli, e che nel 2006 vinse il premio Lipsia per il miglior libro tradotto in tedesco, concorrendo assieme a Vollmann, Pessoa e Erofeev.
A fare la differenza non è la grande o la piccola editoria (entrambe soggette alle logiche di mercato), ma la lungimiranza di singoli individui che persino dentro ai grandi gruppi riescono a far passare qualcos’altro. In questi mesi, per esempio, sono usciti quattro libri carichi di uno sguardo nuovo e umanissimo: “Gli incendiati” di Moresco (Mondadori), “Le rondini di Montecassino” di Helena Janeczek (Guanda), la raccolta di poesie “Bestia di gioia” di Mariangela Gualtieri (Einaudi), i racconti “Forav�a” di Dario Voltolini (Feltrinelli). I primi tre sono pubblicati da grandi gruppi editoriali. E i libri di Mari, Siti, Scarpa, Pariani, Evangelisti, dello stesso Saviano, e persino di poeti come Mario Benedetti e Ivano Ferrari, non sono forse usciti presso Einaudi e Mondadori? Perché allora questo manicheismo semplificante?
Sappiamo bene che le concentrazioni editoriali, come mostrò Schiffrin in un libro di dieci anni fa, impongono profitti alti e rapidi, rendendo difficile la sopravvivenza in libreria dei libri “di cultura”. Ma perché, per illustrare questa verità si fa sparire dal quadro il conflitto, le controspinte e i comportamenti virtuosi, che andrebbero semmai lodati, non cancellati come irrilevanti? Che differenza c’è tra queste sintesi pressappochiste e il qualunquismo di chi dice “tanto rubano tutti”?
E quanto alle riviste scomparse, cosa falsa, mi sento io stessa punta sul vivo, visto che collaboro alla rivista “Il primo amore” di cui in questi giorni esce il numero 7, intitolato “Tribù d’Italia”. Dentro ci sono gli atti di un incontro, tra persone venute da ogni parte d’Italia, impegnate in attività culturali di volontariato e in progetti impegnativi di ricostruzione, nel campo del teatro, della letteratura, della medicina, della psichiatria, della condizione femminile, dell’immigrazione.
C’è un gap intollerabile tra la cultura visibile di cui si parla nei media e la reale vita culturale del paese, dove si muove anche altro, e di più potente e proiettivo. Ma questo divario salta agli occhi soprattutto a sinistra, che in passato ha sempre avuto a cuore il fronte della cultura e ora sembra consegnarlo al nulla.
E poi perché in Italia ogni voce che ha spessore e forza d’impatto fuori dal comune viene accusata di essere di destra? Alessandro Dal Lago nel suo pamphlet “Eroi di carta”, edito da Manifestolibri, sostiene che che la figura mediatica di Saviano, divenuta simbolo, è l’analogo di Berlusconi. Argomenti simili sono stati usati più volte anche contro il “personaggio” mediatico di Pasolini. Un’altra “pietra dello scandalo” è Antonio Moresco. Anni fa lo definirono “criptofascista” distorcendo fortemente un suo scritto all’indomani dell’11 settembre. E anche quella volta l’attacco partì dalle pagine del “manifesto”, a opera di Cortellessa.
Tra i tanti libri di Moresco c’è “Zingari di merda”, un reportage sui Rom cacciati dall’Italia del nord che tornano in Romania. Ma un libro come questo, antidoto potente all’odio razziale, non viene messo nel conto nelle stanche rimasticazioni sull’ “impegno”, sulla “scomparsa” o su “il ritorno degli intellettuali “, ingombre delle “idee ricevute” dal Novecento, cieche di fronte al presente e alle sue novità terribili o straordinarie (si veda il primo numero di Alfabeta 2″).
Lo stesso critico, Cortellessa, quando loda degli scrittori odierni, si affretta a precisare che “nessuno di loro è Dostoevskij”. Ma allora, cosa si aspetta dalla letteratura? Perché usare la grandezza del passato per fissare la misura ridotta a cui può giungere il presente? Cos’è questa volontà di lavorare al ribasso, di tagliare via gli alberi più grandi per poi regnare nel sottobosco?
In un Paese distrutto, la rinascita viene anche dalla cultura. Nella patria di Gramsci si potrà capire al volo cosa intendo. La cultura è un terreno cruciale che può risvegliare energie, seminare sentimenti etici, riaprire le menti e i sogni. Nella Milano bombardata, alla fine della guerra, l’apertura del teatro di Paolo Grassi fu come l’accensione di una piccola luce nel buio. A maggior ragione nel Paese moralmente distrutto di oggi.
Eppure sembra che dalla cultura oggi si aspettino ben poco in Italia persino coloro che su Gramsci si sono formati. E’ soprattutto a sinistra che si concentra il maggior numero di “operatori culturali” rassegnati, che portano annichilamento, traendo cinicamente il proprio status dal generale ribasso, ostili alle idee nuove, alla radicalità artistica e di pensiero, quasi avvertite come un pericolo. Che usano la loro intelligenza per analizzare le ragioni per cui nient’altro sarebbe possibile. Che cancellano dal quadro quello che di inaspettato si alza ancora, non si sa per quale miracolo, da questo nostro Paese sorprendente.
So che sto affermando una cosa grave. Ma è difficile negare che nell’ultimo decennio gran parte della sinistra sembra aver fatto di tutto per consegnare la vita culturale a una mediocrità di mera sopravvivenza. Ha persino agito in senso contrario all’idea di egemonia, chiudendo spazi alle voci più “abrasive”, mentre i giornali di destra si affrettavano ad accoglierle.
Leopardi scriveva amaramente che gli italiani sono “più filosofi di ogni filosofo”, cioè sentono più di altri popoli la vanità di ogni cosa e hanno sviluppato un cinismo diffuso. Questo tratto del costume oggi si sposa bene con i “giri” di cui parla Zagrbelsky. Chiediamoci come mai in Italia non si sono mai sopportate le figure grandi, e quando si manifestano è come se si dicesse loro: “Perché sei venuto a disturbarci?”
Come mai in questo Paese la profondità e il coraggio debbano subire queste difficoltà aggiuntive, queste guerre tese al controllo del territorio e all’eliminazione della “concorrenza”, non molto diverse da quelle che in altri campi vengono definite “mafiose”.
Una rigenerazione del tessuto lacerato della democrazia non può non passare anche da qui.

(Una versione ridotta di questo articolo è uscita su “L’Espresso” del 23.7.2010, tagliata a cura della redazione e integrata con alcune frasi di cui non mi assumo la responsabilità).

16/07/10

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