Recensione: Maurizio Viroli – La libertà dei servi

Incensi e inni: tutti a corte come ai tempi di Rigoletto

Doveva probabilmente essere un’analisi politica destinata agli stranieri che, preoccupati, vogliono sapere che cosa sta succedendo in Italia e, una pagina dopo l’altra, è diventato invece un libro di storia amaro e insieme documentato con rigore: La libertà dei servi (Laterza, pp. 144, € 15). L’ha scritto Maurizio Viroli, professore di Teoria politica all’Università di Princeton, autore di libri importanti usciti in questi anni; tra gli altri, Dialogo intorno alla Repubblica (con Norberto Bobbio) e Il Dio di Machiavelli e il problema morale dell’Italia.
È un libro sul nostro presente, La libertà dei servi, protagonisti Berlusconi e la sua corte. Fa venire in mente un palcoscenico dove i cortigiani frusciano intorno al principe che tutto può, in grado di distribuire a chi lo serve prebende e benefici materiali e simbolici e di levarglieli quando vuole. Ed essi vivono felici per le loro condizioni di vita, le ricchezze, gli onori, turbati soltanto perché – la libertà dei cortigiani è precaria – basta una diceria, un passo falso, un minuscolo errore sottolineato da un sopracciglio levato del principe e tutto crolla come un castello costruito sulla sabbia.
«Ritengo che l’Italia sia un Paese libero – scrive Viroli – nel senso che c’è sì la libertà, ma quella dei servi, non quella dei cittadini».
Negli anni passati, e anche recentemente, sono usciti molti saggi e inchieste sul sistema berlusconiano. Tra i più argomentati, Il venditore di Giuseppe Fiori, L’ombra del potere di David Lane e, appena ristampato e arricchito, Il cavalier miracolo di Alexander Stille. Ma La libertà dei servi è un libro privo di modelli perché Viroli ha con la politica un altro approccio e interessi culturali differenti.
La memoria storica e il servilismo dei secoli bui sono al centro della scena. Non mancano i supporti. Da Dante («Ahi serva Italia») al Verdi del Rigoletto («Cortigiani, vil razza dannata»). Oltre l’invettiva, tra gli altri, Machiavelli (Sono «uomini liberi» quelli che non dipendono da altri), Goldoni e il suo Arlecchino («Con una scorladina ho mandà via tutto el dolor delle bastonade; ma ho magnà ben, ho disnà ben e stasera cenerò meglio»). E poi Baldassar Castiglione, l’autore del Libro del cortegiano che deve essere «sforzato e fidele a chi serve». Nei secoli molti, moderati e progressisti, scrissero dei cortigiani: Tacito, Rousseau, Gioberti, Ernesto Rossi, Salvemini, Canetti, altri.
E adesso? Come sempre, per piacere al Signore, si sono levati, tra turiboli d’incenso, gli inni – «Meno male che Silvio c’è» – i canti del giullare fisso, le voci delle donne mobili, la poesia più famosa, «A Silvio» del ministro della Cultura. Un altro dei suoi fidi, per dargli una mano nei quasi quotidiani attacchi contro la Costituzione, lo paragonò a Piero Calamandrei. Sobbalzerà nella tomba, il sommo giurista, autore, tra l’altro, di quell’epigrafe, «Sono tornati da remote caligini i fantasmi della vergogna».
Viroli ci accompagna in questi 15 anni di politica nazionale. Nel 1994 i moderati diedero a Berlusconi il loro appoggio confidando che un uomo dell’antipolitica, un imprenditore che aveva fatto fortuna, avrebbe messo le cose a posto dopo la confusione di «Mani pulite». Poi sarebbero subentrati loro in prima persona. Lo stesso disegno, fallito, del 1922. L’opposizione sconfitta fu impaurita (Il leitmotiv, ossessivamente ripetuto nei gruppi parlamentari del centrosinistra, fu allora «non demonizzare», «bisogna stare attenti». A tutto e a tutti).
Per cecità politica o per suicida compromissione, il conflitto di interessi, anche quando Berlusconi perse le elezioni, non fu neppure preso in considerazione. Ed era quel problema il padre di tutte le future storture, le leggi ad personam, gli attacchi forsennati contro la magistratura, l’informazione, gli istituti di garanzia, la Costituzione della Repubblica.
Il centrosinistra mostrò una singolare benevolenza nei confronti di un uomo di straordinario potere e di straordinaria ricchezza, con tutti gli strumenti di comunicazione, o la maggior parte, a disposizione.
Eletto dalla maggioranza, o quasi, degli italiani, Berlusconi non è il premier di un governo illegittimo e dispotico. Formalmente ha le carte in regola. È l’opposizione, allocchita, a non averle. L’intransigenza dei maestri di un tempo dignitoso è stata ritenuta un rudere. E intanto un costume politico degenerato è disceso via via dal sistema di corte in ogni ramo del Paese.
Viroli non ha il compito di dar ricette e non le dà. Cita Gobetti, cita Bobbio, i maestri amati, quasi a chieder lumi. Solo alla fine del libro si lascia andare a una difficile esortazione: sarebbe necessario operare in nome della libertà dei cittadini «per una semplice scelta morale anche senza speranza di premio e di vittoria».

Corrado Stajano, Il Corriere della sera, 17/06/2010


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Una Risposta to “Recensione: Maurizio Viroli – La libertà dei servi”

  1. markus Says:

    siamo peggiori delle bestie;basta che ci danno da mangiare ci facciamo anche sodomizzare dai potenti

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