Intervista a Emiliano Poddi – Alborán

Dal basket alla scrittura

di Elisa Armellino, il nostro tempo, 06/06/2010

Muoverei su un campo da gioco inseguendo il sogno di diventare un campione. Far vibrare la mu sica e la propria storia attraverso i microfoni d’una stazione radiofonica. Sembrano tutti al presente, i sogni di chi è giovane, ma in realtà hanno molto a che fare con il passalo e la memoria, tema conduttore dell’appena trascorso Salone internazionale del libro di Torino. A spiegarcelo, in occasione delle buchmesse torinese, dove ha presentato il suo nuovo romanzo, Alborán (Instar Libri, pp. 190, euro 13,50), è il giovane scrittore Emiliano Poddi. Brindisino d’origine, alle spalle un percorso da giocatore di pallacanestro e. una laurea in Lettere classiche, ma anche autore radiofonico e docente di scrittura creativa, si è trasferito a Torino per frequentare la Scuo-la Holden e la scelta si è rivelata vincente. Il suo romanzo d’esordio, Tre volte invano, ricco di risvolti autobiografìa, è stato fra i finalisti del Premio Strega 2008.
Con l’aria del tipico bravo ragaz-zo ma con un tocco alla Edgar Allan Poe dato da un misterioso orecchino sul lobo destro, Emiliano sembra non essersi affatto montato la testa…

Come ti sei avvicinato alla scrittura creativa?

Può sembrare strano, ma la pri-ma cosa che ho scritto è stato un sonetto foscoliano, sull’onda di una storia amore infelice quando ero al liceo. Ma il vero incontro con la scrittura è stato quando ho abbandonato un’altra strada, quella del basket. La fine di un cammino mi ha dato la forza di iniziarne un altro.

E come hai maturato la scelta di lasciare la tua città per rincorrere questo nuovo sogno?

Tutto è iniziato quando ho assistito a un incontro con Alessandro Baricco e Gabriele Vacis a Lecce. Allora la Scuola Holden era solo al suo quarto anno di vita, e sentirne parlare mi aveva colpito così tanto che mi ero ripromesso di iscrivermi un giorno.

Lo sport e la tua esperienza di giocatore sono al centro del tuo primo libro, Tre volte invano

Sì, anche se attraverso lo sport descrivo soprattutto due cose: la prima è la sensazione unica che ti dà l’aver trovato il tuo posto nel mondo, l’essere come il ven-to, quando in campo sei imprendibile al punto da non essere nemmeno del tutto padrone del le tue azioni di gioco. Si tratta di un’esperienza di estrema felicità, che il giovane protagonista, che si chiama Emiliano come me, assapora fino in fondo, credendo che potrà durare per sempre. La seconda è più problematica e coincide con un interrogativo: cosa succede quando sei catapultato fuori dal rettangolo di gioco? Emiliano fa un tentativo frustato di rientrare in campo ma non troverà più le stesse emozioni. Compie un movimento contrario a quello dei romanzi di formazione, in cui la sconfitta serve a costruire qualcosa di nuovo. È qui lo scarto fra il protagonista e me: io avevo anche una seconda passione, qualcosa che poteva e mi ha dato modo di esprimermi ancora.

Il cambiamento e la paura del cambiamento ritornano anche in Alborán

Sì, e il senso di questo cambiamento è già simbolizzato dall’immagine di copertina, che mostra una musicassetta immersa in un liquido, indecisa fra l’andare giù, come dovrebbe essere secondo le leggi della fisica, oppure il risalire. E il fatto che si tratti dì una cassetta non è casuale e riguarda da vicino la nascita di questo libro.

In che senso?

Un giorno ho ritrovato una cassetta saltata fuori dal nulla, su cui mio nonno aveva registrato un’intervista che mi aveva fatto quando avevo cinque o sei anni, un po’ seriamente e un po’ per gioco, che consisteva nel pormi domande, spesso difficili, sul mio futuro. Sentire quella voce che non c’è più è stato emozionante e illuminante insieme, perché mi ha permesso di accorgermi di lati di me di cui ero ancora all’oscuro. In fondo il mio nuovo libro è un tentativo di fare i conti con l’emozione violenta che quel ritrovamento mi ha procurato. Mi sono chiesto in che modo un personaggio, al mio posto, avrebbe potuto reagire se questa importante figura nella sua vita fosse scomparsa prima, nel pieno della sua infanzia.

Di nuovo, un personaggio alle prese con la ricerca della felicità…

Sì, ma mentre in Tre volte invano era la felicità del momento presente, qui è il piacere della scoperta che si prova nei primi anni della vita, nel momento magico dell’infanzia. Questo piacere riemerge dalla cassetta che il protagonista, Luca, riascolta quando è ormai un trentenne e in cui ritrova la sua voce di bambino.

Una voce che appartiene al passato e che riguarda da vicino il tema della memoria…

Luca, che è diventato un radiofonico grazie alla sua innata fascinazione per i suoni e le parole ma anche all’educazione ricevuta da suo nonno, compie molti flash-back sulla sua vita mentre parla alla radio durante la sua trasmissione. E sarà proprio la riscoperta del passato ad aiutarlo, forse, a superare le barriere che si è costruito intorno. La memoria fonte di cambiamento.

Quale ruolo ha la letteratura nel favorire il cambiamento e preservare la memoria?

Scrivere è un bisogno personale e anche il desiderio di conservare pezzetti di sé e della propria vita. Ci sono scrittori che hanno una presa diretta sulla società e un impegno sociale dichiarato. A me ha però colpito molto una frase che ho sentito dire da Peppino Impastato ne «I cento passi» di Marco Tullio Giordana: il vero problema della nostra società, dice, non è la mafia o la povertà, ma che le persone non conoscono la bellezza e, non conoscendola, non sanno e non possono nemmeno reclamarla. Far emergere frammenti di bellezza per me è già importante. E questa bellezza a volte è contenuta in attimi passati che, se recuperati, possono offrirci un’energia nuova e una maggiore autoconsapevolezza.

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