Recensione: Giuseppe Genna – Assalto ad un tempo devastato e vile 3.0

di Luca Casadio, Meltin’ Pot on Web, 30/03/2010

Che cos’è oggi un intellettuale?
Le risposte possono essere molteplici: un filosofo astruso, un tuttologo, uno psicoanalista senza pazienti, un affabulatore, un inventore di storie, un semiologo, un cazzaro che gode di ottime recensioni.
Nel caso di Giuseppe Genna non sappiamo a quale definizione rifarci, ma sicuramente dovremmo aggiungere a qualunque possibile categoria in cui cerchiamo di includerlo l’aggettivo geniale. Così come geniale è il suo libro Assalto ad un tempo devastato e vile 3.0, la versione appena (ri)pubblicata dalla Minimum Fax di Roma.
Può un libro essere riscritto e pubblicato per ben tre volte? Si possono aggiungere continuamente nuovi pezzi senza snaturare il progetto iniziale? E può, ancora, un tale lavoro, continuare ad avere un suo pubblico?
Nel caso di Genna, sì.
Il testo descrive un mondo ormai passato. La prima edizione degli Oscar Mondadori, infatti, era del 1996 e tracciava un’analisi politica e sociale del contesto italiano di allora: un mondo corrotto, falso, “finzionalizzato”, come dice l’autore, dove il marketing e la narrazione faziosa creano e gestiscono il nostro immaginario comune. Un mondo privo di solidarietà, di compassione, dove la realtà diventava solo una lontana eco intangibile. Una chimera. Una menzogna.
Un mondo che, da questo nuovo millennio, possiamo osservare dalla giusta distanza e che Genna ci aiuta a decrittare, a collegare e a comprendere con la forza della narrazione e della poesia. E oggi? Che dire dei giorni di oggi?
Dopo la lettura del libro, pensiamo, che è la stessa identica storia. Non possiamo fare altro che continuare a vivere e a raccontare la stessa rovina, la stessa fine di allora. Tale padre, tale figlio.
Il tempo non sembra quasi essere passato e anche se date e fatti si sfocano e si accavallano, le storie scritte – vecchie e nuove – sembrano in fin dei conti assomigliarsi tutte. Ma quello che più colpisce è il modo di narrare di Genna: autobiografico e straniato al tempo stesso, intimo e impersonale, sempre implacabile. Con piccoli fatti quotidiani, storie e sguardi “realisti”, quasi tutti presi dalla periferia di Milano, ci descrive una svolta epocale: la fine del senso di comunità. Un cambiamento che riguarda tutti: intellettuali e immigrati, dotti e ignoranti, e che ci lascia tutti sgomenti.
Secondo l’autore, siamo bloccati e afoni, affetti da una sindrome postraumatica da stress di cui soffriamo senza neanche accorgercene. Traumatizzati da un evento che non crediamo nemmeno di aver vissuto, ma che si ripete ogni giorno, ad ogni ora, intorno a noi, nelle nostre città.
Genna descrive la solitudine e la periferia. Quella vera. Quella in cui abita. Perché anche l’autore soffre di solitudine. Oltre che di asma. E urla solitudine in ogni pagina, in ogni riga del suo lavoro. E così facendo ci indica anche la strada, una via d’accesso, una possibile evoluzione futura.
La politica, infatti, per lui, è solitudine. La letteratura è solitudine. E orfani di una qualunque comunità, non possiamo fare altro che camminare da soli, mantenendo sempre una qualche fede nella solitudine. Perché sconfitta e riuscita oggi sembrano possibili solo in uno spazio vuoto. In un percorso individuale.
Fin dagli anni ’60, si è inventato un mondo liberato, spontaneo, orgiastico – in fondo narcisistico – dove però non si riusciva a vedere oltre l’esaltazione del momento, dove non si poteva pensare se non dentro quelle categorie infantili e ingenue, se non dentro quella finzione. Finzione che oggi stiamo pagando. Ora non siamo altro che prigionieri di un incubo che non riusciamo più a rinnovare. Chiusi da una metafora che ci opprime, senza riuscire a trovare una maniglia capace di far circolare nuova aria, di far girare nuove idee. Siamo rimasti fermi. Bloccati. Soli. A fare a spallate con un sogno che ora ci atterra e ci preme sul petto.
L’unica soluzione possibile sta nella riflessione e nel sentire. Una ripartenza dal basso, dalla periferia, unendo emozione e cognizione in una nuova storia, in una nuova alleanza, in un nuovo travaso che ci mostri veramente il nostro volto, lo stato delle cose e la profonda precarietà in cui viviamo.
Questa è l’unica possibilità indicata dall’autore e questo è il resto di inquietudine che ci lascia la lettura di un libro, al tempo stesso, bello e tremendo.


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