Recensione: Miriam Toews – In fuga con la zia

Ci salverà la vecchia zia?

di Luigi Sampietro, Il Sole 24 ore, febbraio 2010

A ogni libro il suo prerequisito. Per avvicinare la Divina Commedia è sufficiente avere un’idea di che cosa sia il Cristianesimo – distinguere le tenebre dalla luce – e per leggere l’Odissea basta forse essere semplicemente umani. In fuga con la zia della canadese Miriam Toews sarebbe bene che uno lo aprisse sapendo dove si trovi il Manitoba e chi diavolo siano i mennoniti. Non per vieto nozionismo ma perché potrebbe altrimenti passare inosservato il fatto che si tratta di uno Stato al confine estremo della Grandi Pianure («Mi fa impazzire il silenzio. Chissà se di silenzio si può morire»); che su di un territorio doppio di quello dell’Italia la popolazione supera appena il milione e che la piccola comunità rurale in cui è nata la nostra scrittrice – 11mila abitanti, la maggior parte dei quali appartenente a un’austera setta di protestanti anabattisti, tipo amish della Pennsylvania – è nota come «la città (!) dell’automobile».
«The driving thing, the car thing, the road thing: da noi non si sente parlare d’altro. Io stessa il giorno in cui ho avuto la patente ricordo che mi sono detta: “Wow, ma questa è la libertà!», ha dichiarato la Toews, 46 anni e cinque romanzi all’attivo, in una recente intervista. Non deve dunque sorprendere che il suo ultimo libro – titolo originale The Flying Troutmans – appaia come un romanzo picaresco. Quel che in America si chiama una storia “on the road”. In realtà, a differenza del romanzo eponimo di Kerouac, alla domanda: «Dove andiamo?», la protagonista della Toews non risponderebbe mai: «Non lo so, ma dobbiamo andare».
Il viaggio di zia Hattie con i due nipoti, Logan (15 anni) e Thebes (11), attraversa mezza America, fino alla California, è sì un pretesto narrativo per aneddoti e incontri vari, nonché un’ottima occasione, nello spazio forzatamente circoscritto di un’automobile in movimento, per delineare un buffo ritratto morale e psicologico dei due adolescenti; ma è, anche e soprattutto, un viaggio alla ricerca del loro padre scomparso da anni. Niente di nuovo, certamente. Ma non basta. Non è tutto qui. Perché, dietro l’intelaiatura e dietro gli episodi – e al di là di qualche luogo comune di troppo -, mentre si ride e si procede con il viaggio, non si riesce a dimenticare che tutta la storia ha origine in un gesto d’amore e che si è messa in movimento grazie al senso di responsabilità della protagonista nei confronti della sorella Min, la madre dei due ragazzini, ricoverata per l’ennesima volta in preda a impulsi suicidi («Qui la gente non vede l’ora di morire. È l’evento principale»).
Se non propriamente un libro con una morale, direi che la sua chiave di lettura sia nelle prime due pagine, subito all’inizio, prima che cominci il nostro divertimento. Ed è una eco, al di là dell’oceano, in Francia, dove la futura protagonista si trova, di una voce, ascoltata, anni addietro, magari con fastidio, in una meeting house della Chiesa mennonita: «Non ho scelta. E cosa posso fare. I nostri genitori sono morti. Min non ha nessun altro e, praticamente, in ogni senso, nemmeno io. Chiaro avrei preferito continuare a bighellonare per Parigi dandomi arie da artista ma…».

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