Recensione: Antonio Pascale – Questo è il paese che non amo

“Questo è il paese che non amo”. I nostri “trent’anni senza stile”

L’autore apre comunque alla speranza, alla possibilità di crescita attraverso l’indagine

di Silvana Mazzocchi, la Repubblica, 08/04/2010

“Più banale è l’immaginario, più triste è la realtà”, scrive Antonio Pascale in Questo è il paese che non amo, il suo ultimo libro dedicato all’Italia dei nostri giorni, a grave rischio di desertificazione intellettuale, emotiva e, soprattutto, politica, intendendo ovviamente questo termine nel suo significato più nobile.
Come è possibile che il nostro Paese, “in trent’anni senza stile” sia diventato territorio d’arroganza, narcisismo, infantilismo estremo, un luogo dove nessuno si assume la responsabilità delle proprie azioni, dove a causa non corrisponde effetto. E dove tutti, come eterni bambini, inseguono la felicità come se questa fosse davvero a portata di mano, raccogliendo invece solo delusioni e macerie?

Pascale, tramite la lente delle esperienze individuali, osserva il cammino che l’Italia ha percorso. E, alla griglia di partenza, pone gli anni Ottanta quando si comincia a guardare tutto non più in bianco e nero, ma a colori e si affaccia un nuovo corpo sociale che esige adeguata  rappresentanza. Allora “una  strana euforia immateriale” sembrò impossessarsi di tutti. Mentre la criminalità organizzata cresceva, ammazzava e prosperava, la corruzione si consolidava in sistema, gli animi si impoverivano, le donne cedevano pezzi della dignità soggettiva conquistata negli anni con la fatica, l’intelligenza e il sacrificio. Il percorso in discesa va avanti mentre il Paese fa i conti con l’immigrazione, conti che non tornano, e al governo si alternano Berlusconi,  D’Alema, Prodi, di nuovo Berlusconi… Non è però un’indagine in chiave politica il saggio di Pascale; è piuttosto la riflessione di uno scrittore, un intellettuale che, per raccontare quel che gli interessa,  mischia film e ricordi. Come fa con La vita è bella di Roberto Benigni, pellicola-fiaba del 1997  che si aggiudicò il premio Oscar, messa a confronto con Notte e nebbia, (documentario  eccezionale sui campi di concentramento firmato da Alain Resnais), per affrontare temi come la rappresentazione della realtà, la memoria, la responsabilità, il rispetto.

Questo è il paese che non amo è un saggio costruito tra autobiografia e reportage; intreccia passioni giovanili, il caso Englaro e le polemiche che l’hanno accompagnato, le incertezze e le preoccupazioni della paternità, la politica vera che non c’è, la morbosa curiosità verso il male, e tutti noi che nascondiamo il razzismo dietro i buoni sentimenti a costo zero, che siamo incapaci di far coincidere l’impegno e la militanza con le nostre convinzioni…
Ma allora, ci potrà essere un futuro migliore? Oppure, non resta che il pessimismo?
Apre alla speranza Antonio Pascale: è necessario imparare a crescere, indispensabile far sì che, dopo ogni esperienza,  ci sia un post scriptum,  una sorta di prova d’appello che agisca da seme per far nascere il cambiamento. E fare di tutto per migliorare il tempo che verrà. “Come narratori o padri o maestri o cittadini dobbiamo mettere al bando l’idea di felicità, garantirci il diritto all’inquietudine…. e dunque indagare, indagare, indagare. Il racconto del mondo necessita di un continuo post scriptum che individua gli errori e ci avvia, si spera, verso una nuova, integrata e più precisa narrazione.”.

Un libro sull’Italia contemporanea, perché?
Ho voluto sviluppare un ragionamento a partire da una schema molto semplice. E cioè, noi abbiamo delle opinioni, le nostre opinioni vengono lette dai politici di riferimento e tradotte in norme, leggi, circolari, insomma tutto quello che serve a migliorare l’ambiente. Un ambiente risanato migliora le nostre opinioni e così si avvia un circolo virtuoso. Ma se le nostre opinioni sono superficiali, esprimeremo politici superficiali che produrranno leggi superficiali che peggioreranno l’ambiente e dunque, così, si dà il via a un circolo vizioso. Da questo schema ideale, naturalmente, si deduce che quello che più conta sono le nostre opinioni, dunque è necessario migliorare costantemente le nostre opinioni. Quelli che migliorano le nostre opinioni sono gli intellettuali, in senso lato, ovviamente. Gli intellettuali dovrebbero esseri capaci di riconoscere quando la conoscenza, e le opinioni che da questa derivano, si basa su immagini ricattatorie, semplificate e quindi non adatte alla causa. Dunque, gli intellettuali sono quelle persone che si occupano non solo di cosa raccontare, ma di come raccontare. Il libro, in pratica parla di questo. Come abbiamo raccontato questi ultimi trent’anni? Per farlo ho pensato di evocare alcuni eventi cruciali di questi anni e rileggerli attraverso libri e film che ho amato

In Questo è il Paese che non amo, gli anni Ottanta sono indicati come un confine, uno spartiacque, verso l’Italia di oggi. Elenchi, per titoli, almeno cinque ragioni.

a)  Craxi, il suo nuovo corpo prestato alla politica, b) il capitalismo che comincia a diventare azionario, quindi immateriale, c) la corruzione diffusa, d) il debito pubblico e) i vari patti con la criminalità.

Per immaginare un’altra Italia sarebbe necessaria l’assunzione di responsabilità da parte dei cittadini. Sarà mai possibile?
L’impressione è che manchiamo di una metodologia critica, grazie alla quale affrontare in maniera analitica  e profonda i nostri errori, quelli naturali e quelli specifici. E’ un po’ come lo schema narrativo classico, i tre atti. Nel primo atto il protagonista dichiara il suo obiettivo, nel secondo fallisce, arretra e analizza i suoi sbagli, quindi nel terzo atto risolve il conflitto. Se chiedete a uno scrittore, a un critico quale atto sia il più difficile, in coro risponderanno il secondo. Il primo è solo una dichiarazione di intenti, voglio salvare il pianeta dal riscaldamento globale, voglio amarti tutta la vita, voglio un milione di posti di lavoro ecc, il terzo è a tutti gli effetti un atto in discesa, una volta risolto il conflitto, l’accordo si trova. Il secondo atto presuppone senso dell’analisi e passione conoscitiva; e un personaggio capace di dichiarare i suoi sbagli e trovare una nuova strada. L’impressione è che, appunto, senza una metodologia condivisa, pubblica, soggetta a integrazioni e verifiche sperimentali, viene a mancare il secondo atto e dunque dobbiamo accontentarci di dichiarazioni di intenti tipiche del primo atto, e cioè ottimismo a oltranza, e risoluzioni dei conflitti a tarallucci e vino.

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