Recensione: Ermanno Cavazzoni – Il limbo delle fantasticazioni

La letteratura? È sempre un po’ difettosa

di Angelo Guglielmi, l’Unità, 08/06/2010

«Che cosa fa in pratica uno quando si dice che fa dell’arte… ad esempio il romanzo? Beh, se non è un pedissequo e sottomesso ripetitore di stereotipi, fa sempre delle cose un po’ sgangherate, nel senso che in questo campo si è sempre alle prime armi, difficile imparare il mestiere; anzi se uno l’impara, allora meglio che smetta. Perché questo è un campo dove si fanno parlare i fantasmi. E i fantasmi mediamente fanno quello che vogliono». Così Cavazzoni e qualche pagina dopo nel suo Limbo delle fantasticazioni insiste allargando il discorso a tutta la letteratura: «… la cosiddetta letteratura ha i suoi pregi nell’essere sempre un po’ difettosa, guastandosi poi nel Novecento del tutto». E precisa: «Nel Novecento ci si è liberati dell’ideale, con tutto il suo apparato didattico (che però sopravvive, ed è un bene, nelle classi scolastiche) ed è rimasta solo la malattia, il difetto, che però è la condizione umana, e in ogni caso la condizione umana linguistica, dove ognuno è un Caso a se stante, e non c’è cura».

Straordinaria (e di gran fascino) è la bravura di Cavazzoni che solo in poche righe con il suo parlato finto elementare (di un bimbo non più bimbo che parla di cose adulte) definisce con perentoria precisione e lucidità non comune la condizione di uno scrittore oggi che tale è (e rimerita la sua impresa) solo se sa abbandonare la scrittura composta e ordinata (se mai la scrittura è stata composta e ordinata) e farsi sabotatore di ubbidienze e regole facendo posto al disordine attivo (così ricco di confusione) che caratterizza nel Novecento la condizione umana (e più precisamente) «la condizione umana linguistica». È proprio questo, il riferimento al Novecento e allo smarrimento degli «ideali» (che l’autore presenta come liberazione), il punto decisivo della ardita perorazione di Cavazzoni il quale per renderne più tollerabile la drammaticità innesta un understatement a triplice velocità e nascondendo il divertimento esplicita: «Avevano ragione i nazi fascisti a parlare di arte degenerata, malata, erano dei bravi critici, se togliamo il fatto che la volevano sopprimere».

Ma quali sono in particolare le specificità di questa arte malata? Sono propriamente due (anche se in uno scambio di parti tanto da ridursi a una). Intanto appunto (lo si è appena detto) la lingua, non certo la lingua pulita frutto del «pensiero unico» cui si dedicano superbamente i cherubini del cieli e miseramente i primi della classe. «Il primo della classe è colui che scrive: io spero di riuscire bene nella vita, mentre nella realtà si dice: io speriamo che me la cavo… che è bellissima frase, felice, ricca di strati e di echi, di roba diversa appiccicata; come un minerale in natura, che non si trova mai puro, l’alluminio sta misto a silicati di potassio, l’oro nelle rocce lignee, il rame in minerali insieme al ferro… da cui viene estratto e l’estrazione è un fatto artificiale». Co¬sì la lingua, in natura è come le rocce «un gran misto». E qui scatta il secondo tratto significativo dell’arte malata strettamente connesso con il primo che è la comicità. E cosa è il comico se non la parola che viene dal contrasto, dal misto, dall’incompatibile (dall’errore)?

Nell’arte malata non c’è autore che non diventa comico: altrimenti come fa a dare credibilità alle sue parole? E comica è questa performance di Cavazzoni che più che essere commentata vuole essere mostrata valorizzandone la finta improvvisazione, come di discorso che si tiene in cucina, dove ristagna sempre un odore di minestrone, di cibo irriguardoso dove confluiscono mille ingredienti diversi e più ce ne sono meglio è. A trionfare è «il misto»: la Musa di sempre dell’infedele Ermanno Cavazzoni.

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