Recensione: Laura Pugno – Quando verrai

Con la piccola Eva, verso l’estrema soglia

di Andrea Cortellessa, La Stampa, 26/09/2009

Non è necessario essere un lirico arcaico nelle tavole di un grammatico; ancor oggi un singolo frammento può rappresentare, fulmineo e senza residui, l’intera opera di un poeta. Nell’incipit Verrà la morte e avrà i tuoi occhi si concentra tutto Pavese; e un discepolo di Pavese, Milo De Angelis, è tutto in questa cadenza di Millimetri: «In noi giungerà l’universo, / quel silenzio frontale dove eravamo / già stati». Mi sono venute in mente imperative, queste due steli verbali, leggendo ammirato l’opera (narrativa) terza di Laura Pugno. All’inizio mi avevano maldisposto, invece, le soglie del testo: la copertina rosa salmone, il titolo soprattutto, Quando verrai. Pareva uno di quei titoli fàtici – emotivamente ricattatorî – cui ci ha abituato l’industria editoriale (a partire, diciamo, da Ti prendo e ti porto via di Ammaniti). Tanto più a rischio essendo la storia, questa, di una bambina gettata nel mondo brutto, sporco e cattivo. Lo si temeva un titolo sentimentale, come in certo mélo di Vincente Minnelli: in salsa rosa, appunto. Tutt’altra, però, la tempra di questa scrittrice. Dopo i tormentosi Sleepwalking (Sironi) e Sirene, Laura Pugno si conferma – nomen omen – di gran lunga il più duro dei nostri narratori: opaca e tagliente come la «forma perfetta del sasso» con cui la preadolescente protagonista, Eva, si salva dagli umani che ne bramano le tenere carni. Dello stesso tenore è questa scrittura, sempre più tesa a un’asciuttezza aliena e terribile, come i corpi dei suoi personaggi «ormai privi di ogni strato di grasso»: «la sua bellezza non è perduta ma ha cambiato di segno». Tanto più vulnerano, così, le nervature della fabula, anzi della favola: e «le favole», si sa, «sono crudeli». Non siamo più in qualche futuro fantascientifico: questa desolazione suburbana di guard-rail, roulotte e buste di plastica non è che il nostro presente. E siamo noi questa umanità angosciata dal diverso, dallo straniero, dal «selvatico». Ma Eva, come nome le comanda, è l’inizio di una nuova umanità; una mutante insomma. Rispetto alle struggenti Sirene la sua diversità è meno conclamata – segnalata solo da certe macchie argentee sull’epidermide – ma ancora più tremenda. Come nel personaggio più esistenzialista dei molto esistenzialisti X-Men, Rogue, il suo potere è in effetti una maledizione: le basta toccare un umano per avere la visione dell’istante in cui questi morirà; uno sbocco di sangue alla gola, allora, la stordisce e assidera. Si capisce che molti dei mutanti, come quello che accompagna Eva in un viaggio onirico al termine della terra, non desiderino altro che porre fine a una simile esistenza. Quando verrai è un testo iniziatico. Un apologo spietato sul senso ultimo, e anzi ultimativo, della scrittura: quello di «ricordare il futuro», cioè di puntare sempre – come a una nera stella polare – all’Estrema Soglia di tutti noi. Ed è dunque uno dei pochi testi autenticamente tragici oggi concepibili: se è vero che il tragico tratta sempre l’ineluttabilità delle Cose Ultime. Il colore della copertina, si capisce allora, è quello della pelle urticata; e, come quello di Pavese, il titolo – simile alle domande che si rivolgono i personaggi – non tollera punto interrogativo. Non è un’ipotesi la morte, non si colloca nel futuro: davvero, è dove eravamo già stati.

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