Recensione: Helena Janeczek – Le rondini di Montecassino

Montecassino. La battaglia eterna.

di Roberto Saviano

Quando vengo a sapere che Helena Janeczek ha pub­bli­cato un nuovo libro, fac­cio tutto il pos­si­bile per averlo prima che entri in libre­ria. Ogni uscita di Helena mi osses­siona: l’attesa di avere quelle pagine per le mani diventa urgenza. Da poco è uscito per Guanda Le ron­dini di Mon­te­cassino. Helena Janeczek è una figlia di Auschwitz. Sua madre si è sal­vata dai campi di ster­minio nazisti, e lei sa che a quel des­tino di salvezza deve la sua vita, ma anche l´eterno tor­mento che i figli dei sopravvis­suti si por­tano den­tro. Tedesca di nascita, figlia di ebrei polac­chi, è in Italia dal 1983, e ha fatto della lin­gua ital­iana la sua lin­gua di scrittrice.
Il suo romanzo rac­conta di guerra. Anzi di una battaglia: la battaglia di Mon­te­cassino, una delle battaglie più feroci di tutti i tempi, definita la Stal­in­grado d´Italia. Lì si real­izzò l´epopea dell´armata polacca al comando del gen­erale Anders che si las­ciò dec­i­mare sino all´ultimo uomo ma riuscì a far arretrare i nazisti. Quello che non erano rius­citi a fare in Polo­nia, un manipolo di polac­chi riuscì a farlo in Italia: resp­in­gere i tedeschi. Nelle quat­tro battaglie di Mon­te­cassino morirono più di cinquan­tamila uomini, furono scar­i­cate 1250 ton­nel­late di bombe e dalle boc­che di fuoco di 754 can­noni uscirono due­cen­tomila proi­et­tili. Gli alleati dove­vano sfon­dare la linea Gus­tav per arrivare a Roma. E lo fecero con tutta la loro potenza. Senza risparmi­are civili, abbazia, ani­mali, case.

Nei miei ricordi i cimi­teri dei reduci non sono mai spar­iti. Le lapidi sbia­dite dal tempo. Ricordo l´obelisco:“Per la nos­tra e la vos­tra lib­ertà noi sol­dati polac­chi demmo l´anima a Dio, i corpi alla terra d´Italia, alla Polo­nia i cuori”. Cassino dalle mie parti non viene rac­con­tata: viene tra­man­data. Come la dis­cen­denza di sangue. Helena Janeczek scrive un romanzo poten­tis­simo con quella stessa forza tra­man­data. La sua è una ges­tazione di sto­rie scon­vol­genti. Se si passeg­gia sulle colline o sem­plice­mente nelle cam­pagne di Mon­te­cassino ancora si trovano schegge, granate ines­plose, proi­et­tili. Battaglia dimen­ti­cata per­ché lì il volto della guerra ha preso la forma del silen­zio dopo gli stupri di massa seguiti alla vit­to­ria francese. Le truppe in campo erano spesso cumuli di gente straniera. Carne da macello delle colonie. Ani­mali feroci da com­bat­ti­mento sguin­za­gliati tra le greggi. La sto­ria le ricorda come “marocchi­nate”, la gente del luogo invece le ricorda come vio­lenze di massa a danni di civili inno­centi: si sti­mano 3000 vit­time di stupro tra uomini donne e bam­bine, molti di loro sodom­iz­zati a morte o impalati.

Ma Mon­te­cassino è stato anche il luogo dove si è tes­ti­mo­ni­ato l´eroismo dei polac­chi. Gente che ha com­bat­tuto in un paese estra­neo in nome di una lib­ertà col­let­tiva. Maroc­chini, polac­chi, algerini: etnie che tutt´oggi proven­gono dagli stessi posti e affol­lano il basso Lazio e il Caser­tano. Una volta arriva­vano qui come sol­dati, ora arrivano come immi­grati. Ed è pro­prio qui che la Janeczeck apre il sipario degli eventi scrivendo un libro che ti da un sapore mon­di­ale. Dove tutto è con­nesso e ann­odato in un perimetro mon­di­ale. Ci rac­con­tano sem­pre di guerra mon­di­ale ma vedi­amo solo amer­i­cani e tedeschi. I fronti erano molti di più e le nazioni coin­volte molte di più.
“Non si può immag­inare nulla di vero senza trovare un appiglio in ciò che si ha den­tro, ma i dis­egni incisi nell´anima sono, a modo loro, astratti più di una mappa, imper­son­ali quanto un doc­u­mento, e io allora non posso fare a meno di fig­u­rarmeli a immag­ine e somiglianza di un moko che con­fonde nelle sue spire un più recente tat­u­ag­gio.” Il romanzo di Helena Janeczeck è questo, un tat­u­ag­gio inciso nella pelle non senza dolore. Una mappa che rac­coglie i fili di molte sto­rie con­fluite nell´intrico della battaglia leggen­daria ai piedi di un´abbazia dis­trutta dagli amer­i­cani per un errore di val­u­tazione. Questo diventa luogo mitico, un punto geografico al cen­tro di una valle scura capace di con­tenere tutti i luoghi e di las­ciar pas­sare tutte le iden­tità possibili.
All´ombra della grande battaglia di Mon­te­cassino si incro­ciano, come in una ver­tig­ine, la sto­ria immag­i­nata con quella reale. Si incro­ciano le vite del ser­gente tex­ano Jako Wilkins, felice e fiero di servire la pro­pria nazione, di Rap­ata Sul­li­van, il gio­vane maori che segue le orme eroiche del battaglione del nonno, di Edoardo Belin­ski e Anand Gupta, due stu­denti romani che nell´ultima estate della loro ado­lescenza inseguono le tracce deboli di una memo­ria che in pochi vogliono rac­con­tare. Poi, un passo a lato accanto alla battaglia, Irka Szer, ebrea polacca che fugge ragazz­ina dal ghetto ma si ritrova in Siberia con la sola pro­tezione del suo vio­lino abbrac­ciato forte con­tro la vio­lenza invin­ci­bile del lager. E Milek Stein­wurzel, sceso in Italia con le truppe del gen­erale Andres, e morto a Milano senza las­ciare dietro si sé una parola su quegli anni ter­ri­bili, su come era rius­cito a sal­varsi. Milek soprav­vive nel silen­zio. La parola non sem­pre salva. Non sem­pre è nec­es­saria. Sem­pre più spesso è super­flua: è ritorno al dolore. Helena Janeczek questo lo sa.
In un suo libro, il primo, Lezioni di tene­bra (che non si trova in libre­ria, inviterei gli edi­tori a riof­frirlo al pub­blico: è troppo prezioso per non essere ristam­pato) è pro­prio una battaglia con la memo­ria. Una lotta tra il decidere se ricor­dare o meno: aneste­tiz­zare il male emo­tivo oppure las­ciar fluire tutto, come unica ter­apia per impedire alla sto­ria di ripetersi, alla trage­dia di tornare, al dolore di rinascere.

E questa scrit­trice dal nome impro­nun­cia­bile, dal viso di donna slava, con il pas­s­aporto tedesco, l´anima ital­iana, la memo­ria polacca, il figlio napo­le­tano e la res­i­denza lom­barda fa del suo mondo e del suo pas­sato una pla­centa dove si for­mano sto­rie di indi­vidui che non si pos­sono dimen­ti­care. La bellezza di questo romanzo risiede nella strut­tura, nel coin­cidere degli opposti: il caos della battaglia coi silenzi dei vinti, la nor­mal­ità con l´eroismo degli ultimi, la cura della memo­ria e l´irruenza delle nuove gen­er­azioni, il pas­sato inanel­lato indis­sol­u­bil­mente col presente.
Sono tutte sto­rie sin­go­lari, in qualche modo minori, quelle che Helena Janeczek rac­conta, eppure in ognuna il respiro e il bat­tito del cuore è quello del cor­ag­gio e della gen­erosità di chi si trova nei minuti deci­sivi della pro­pria vita a scegliere tra il bene e il male nel fras­tuono della battaglia. Ed è anche la sto­ria di chi si fa carico di questa scelta, di chi si trova molti anni dopo a fare i conti con una memo­ria di cui sa poco o nulla, per­ché in molti sono rimasti som­mersi e i sal­vati non par­lano. È una sto­ria che si costru­isce passo passo attra­verso doc­u­menti fal­si­fi­cati per poter fug­gire e le tes­ti­mo­ni­anze bru­cianti rac­colte senza fare domande, atter­riti davanti all´enormità del ricordo. Quanto conta la ver­ità dei fatti? Molto sem­bra, per­ché la ricerca dell´autrice è scrupolosa e mani­a­cale al punto da sus­citare nelle per­sone inter­ro­gate una do-manda spon­tanea: “Ma tu sei uno storico o stai scrivendo un romanzo?”.
Dalle prime pagine il rac­conto si mescola con la men­zogna, con l´invenzione. L´autrice sale su un taxi e per evitare le domande indis­crete del guida­tore rac­conta di avere un cog­nome polacco e una madre ital­iana. Immag­ina di con­fes­sare che suo padre è stato soldato nella battaglia di Mon­te­cassino, tra le truppe del gen­erale Andres. Ma immag­ina appunto tutto questo, non lo dice, e poi suo padre non ha mai com­bat­tuto a Mon­te­cassino. O forse sì? La sua immag­ine si con­fonde con quella dell´amico di una vita, quel Milek Stein­wurzel che invece soldato lo era stato per davvero, le loro iden­tità si sovrap­pon­gono in un gioco di spec­chi dove il giusto, il dato obi­et­tivo, non sta mai da una parte sola, non è afferra­bile per­ché i tes­ti­moni sono ret­i­centi e la ver­ità assume il tono della dice­ria inver­i­fi­ca­bile. Ma la ver­ità non è l´elemento indis­pens­abile in questa sto­ria. La forza grandiosa e potente di queste pagine viene intera­mente da un gesto che è un azzardo, un atto di fidu­cia verso il potere dell´immaginazione di riem­pire un vuoto. Il ten­ta­tivo di ten­dere un filo tra vero e falso, realtà e finzione, su cui far cor­rere quel con­fine labile che a volte sep­ara la vita dalla morte. Fa questo Helena Janeczeck. E lo fa con una maes­tria da scrit­trice vera. Lo fa por­tando con sé la con­sapev­olezza del piacere nar­ra­tivo e il sapore del rac­conto tra­mandato col sangue, ancora prima che con le parole. Quando si arriva alla fine di questo romanzo, ci si sente addosso il tor­pore della battaglia, come se la pol­vere delle mac­erie della guerra fosse com­posta dalle molteplici schegge dei nos­tri con­flitti quo­tid­i­ani. E Mon­te­cassino diviene la guerra di tutti, il luogo da cui tutti veniamo.

© 2010 Roberto Saviano/ Agen­zia Santachiara

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