Senza prudenza: i tormenti religiosi di un ex scrittore ultracattolico. L’intervista a Francesco Pacifico

All’inizio del nuovo romanzo di Francesco Pacifico, “Storia della mia purezza” (uscito per Mondadori, dopo che Minimum Fax ha provato invano a non farsi ‘strappare’ l’autore che aveva scoperto, su cui poi molti editori si sono lanciati invano, compresa la Marsilio…), si respira un’atmosfera a suo modo sveviana. Il protagonista, Piero Rossini, è un giovane integralista cattolico (il suo è il tipico fervore assolutistico del convertito). Ha un passato di sinistra, viene da una ricca famiglia della Roma bene che fatica a capire la sua trasformazione e ha un padre lontanissimo da lui. La sua sorella maggiore è nota per i libri che scrive ma anche per i suoi innumerevoli amanti: inizialmente è pronta a introdurlo nel mondaccio dell’editoria (visto che anche Piero sogna da scrittore anche se poi si ritrova a lavorare come redattore nella casa editrice ultracattolica e antisemita “Non Possumus”…), ma poi, sconvolta dall’ossessione moralista del fratello, si stacca da lui definitivamente. Non è finita: Piero ha una moglie bella e cattolica come lui, con cui non fa più sesso da tempo. Ma al nostro “eroe della rinuncia e dell’astinenza sessuale” basterà veder ballare la cognata 24enne Ada (vergine, orgogliosa di esserlo, e ultracattolica anche lei…) e il suo “bel seno grande, molle e signorile”, per smarrire ogni certezza. Così Piero abbandona Roma e il libro a cui sta lavorando (un saggio ‘maledetto’ contro Giovanni Paolo II dal titolo che è tutto un programma, “Il papa ebreo”), per trasferirsi da solo a Parigi, città notoriamente tentatrice. E qui ogni sua certezza smetterà di essere tale, e avrà inizio la sua terza vita…

Pacifico, nel suo libro ha compiuto un conturbante (e autoironico) viaggio nell’integralismo religioso all’italiana. Ma qual è il suo rapporto con la fede?

Pacifico: “Prima voglio premettere, anche per chiarire alcune mie dichiarazioni apparse di recente sulla stampa in versione ultracompatta e semplificata, che non sono uno di quei cattolici che giudicano dall’alto come sembra da chi descrive il romanzo come fosse una satira. Il protagonista del mio libro è sempre quello che fa le cose nel modo più fanatico di tutti. E nella vita di tutti i giorni io non sono esattamente come lui, ma poco ci manca… Nessun senso di superiorità da parte mia. Vengo da un mondo intellettuale/spirituale pieno d’angoscia in cui ogni pensiero conduce alla morte. La mia famiglia è così. Per questo motivo, anche dopo essermi distaccato da un mondo ultracattolico simile a quello che racconto nel romanzo, non posso sopravvivere senza l’idea che l’universo sia creato da un’intelligenza benevola. Io sono costruito in un modo per cui l’insensatezza del mondo e la sua stessa bellezza sono accettabili solo se c’è un Dio benevolo alla base di tutto, un’intelligenza decente e affine alla nostra. Questo può essere un pensiero semplificante, ma è l’unica condizione per non uccidermi. Per non uccidermi devo poter ammettere che spero che dopo la morte ci si unisca all’intero. Vengo da una famiglia cattolica, soprattutto mia madre, ma la mia conversione è avvenuta intorno al 2000 in circostanze molto simili a quelle di Piero Rossini (protagonista di “Storia della mia purezza”, ndr). Prima di allora sono stato scout e frequentavo l’oratorio, ma niente di più. Per me la conversione a 20 anni è stata un’esperienza spirituale e intellettuale totalizzante, in cui mi sono buttato a capofitto. Poi tutto è crollato, mi sono lasciato con mia moglie con cui mi ero sposato in Chiesa, la donna della mia vita, e proprio quelle persone che mi avevano accolto nella via della fede sono state le prime ad abbandonarmi, a non aiutarmi quando ne avevo estremo bisogno”.

E come mai?

Pacifico: “Il motivo tecnico del mancato aiuto è che con certi cattolici devi avere dei requisiti per essere ascoltato e accolto: se sei un lebbroso va bene, ma se hai fatto la cazzata di lasciarti con tua moglie diventi un po’ un untore. Anche in quel momento avevo ovviamente una necessità disperata di sapere che la vita non era senza senso. È chiaro che non ho vissuto bene il mio periodo di fanatismo, che si è concluso anche peggio, se possibile. Mi ero deperito, disseccato, ero diventato anoressico emotivamente, avevo smarrito la mia fisicità, le donne mi facevano improvvisamente paura… A me è andata così, ad altri potrà essere andata meglio, non voglio certo giudicare. Mi chiedono tutti se sono ancora cattolico. Rispondo di sì perché in fondo se hanno diritto di stare nella Chiesa i miei amici che non mi aprono quando busso, ho diritto di starci anch’io”.

Questi suoi ‘ex’ amici cattolici come hanno preso l’uscita del suo nuovo romanzo?

Pacifico: “Non mi chiamano mai. Hanno troppo da fare. Una mi ha scritto l’altro giorno dicendo che l’avrebbe letto, anche se la cosa la spaventava…”

Ma se la definiscono uno “scrittore cattolico” si arrabbia?

Pacifico: “Assolutamente no, mi va benissimo. Mi dispiace solo che quando si parla di scrittori cattolici si pensa subito a qualcuno che non ha una passione sfrenata per le cose della vita, ma sta sempre lì a provare a interpretarla e a smontare il piacere”.

“Emmaus”, l’ultimo romanzo di Baricco, è stato appena attaccato dalla rivista “Civiltà Cattolica”. Come pensa che i critici cattolici guarderanno al suo romanzo?

Pacifico: “Il loro giudizio un po’ mi spaventa. Secondo me ne scriveranno male… Se “Civiltà Cattolica” sentenzierà che Pacifico non può confondere la sua anoressia emotiva con la fede risponderò che ha ragione. Purtroppo, come ho spiegato prima, la mia esperienza ultracattolica è andata male. Non mi metto certo ad aprir polemiche con la Chiesa. Io ho solo imparato ad andare dove mi trattano bene. Sono stufo degli amici che non si fanno sentire quando stai male, e nella mia esperienza della Chiesa ho trovato molta freddezza”.

Passiamo a un tema più “leggero”. Non ha il rimpianto di aver esordito quando ancora la moda degli esordienti doveva scoppiare (il suo primo libro, “Il caso Vittorio”, uscito nel 2003 per Minimum Fax, è stato molto amato dalla critica, ndr)? Magari quest’anno l’avrebbero candidata allo Strega…

Pacifico: “Non me ne frega nulla, lo dico sinceramente. D’altronde per scrivere “Storia della mia purezza” mi sono volutamente allontanato dal mondo in cui si impongono cose del genere. Per tre anni non ho aperto le pagine culturali dei giornali, né sono andato alla scoperta degli autori contemporanei, ma ho letto e riletto esclusivamente una selezione di una quindicina di testi classici, fonti ‘pure’ che mi hanno aiutato a bonificare la testa. Penso al “Decameron”, o all'”Educazione sentimentale”. Mi serviva perché per scrivere un libro che aveva così pochi simili dovevo cercare di rifarmi a una tradizione la più alta possibile, dove trovare immagini forti, una lingua forte, per essere meglio armato possibile nell’affrontare cose che non sapevo come scrivere. Le pagine dei giornali mi mandavano in paranoia perché dicevano cosa andava bene e cosa non andava bene, ma non si capiva in base a cosa lo dicessero. Adesso, avendo ormai preso queste abitudini, per me è davvero difficile riprendere il rapporto con le pagine culturali e rispondere a domande sui temi sollevati dalle terze pagine”.

Sta già lavorando a un nuovo libro?

Pacifico: “Da un anno sto raccogliendo appunti e schede per il mio prossimo romanzo. Per me è impossibile staccarmi dalla scrittura. Il tema sarà la vendetta per una reputazione rovinata, ma per adesso non so cos’altro aggiungere, sto solo sviluppando le forme”.

Anche questa volta tra i personaggi ci saranno integralisti cattolici?

Pacifico: “Loro sono una presenza fissa nei miei libri, quindi non mancheranno neppure stavolta. E poi sono anche molto divertenti no?”.

Un’ultima curiosità: come cambia la vita con il passaggio dalla ‘piccola’ Minimum Fax al ‘colosso’ Mondadori?

Pacifico: “La prendo larga, sperando di non farmi troppi nemici: il lavoro dello scrittore non è un lavoro, visto che non si guadagna. Io ad esempio per campare faccio il traduttore. Allo stesso tempo, però, quasi nessuno lo ammette ma essere trattati bene fa piacere. Quando l’editor di Mondadori, Antonio Franchini, uno che negli ultimi anni ha fatto grandi cose per la letteratura italiana, mi ha chiamato complimentandosi con toni davvero entusiastici per il mio libro, io in quel momento ero la persona più felice del mondo. La mia autostima di scrittore aveva proprio bisogno di essere innaffiata. Naturalmente, se ora il mio libro non venderà, la Mondadori non avrà interesse a pubblicarmene un altro, e io senza problemi tornerò da un editore più piccolo, non so se la Minimum Fax che, sia chiaro, fa un grandissimo lavoro, o da qualcun altro. E a proposito di Minimum Fax, quando ho pubblicato il mio primo romanzo con loro, nonostante la loro sincera stima verso di me, non mi sentivo così importante. Nel senso che avevano già tanti autori importanti nel loro catalogo (Parrella, Lagioia, Raimo, Pica Ciamarra, per dirne solo quattro), io ero solo l’ultimo arrivato. Magari mi sbaglio, ma io l’ho vissuta così. È una mia colpa…”.

Antonio Prudenzano

Intervista originalmente uscita su Affaritaliani.it il 25 marzo 2010

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: