Recensione: Domenico Starnone – Fare Scene

Letteratura e cinema, la relazione pericolosa

“Fare scene”, romanzo di Starnone sul mestiere di scrivere film e il complesso di inferiorità di chi usa le parole e non i corpi

di Walter Siti

«Il film uscì in settanta copie, Repubblica gli assegnò tre asterischi e mezzo su cinque. Il Corriere gliene diede tre e lo segnalò entusiasticamente per due settimane. C’era il giallo, c’era il musical, due operai. Andò bene, soprattutto in dvd». È la frase che chiude l’ultimo romanzo di Domenico Starnone, Fare scene (Minimum fax); un finale amaro di rassegnata delusione. Lo sceneggiatore protagonista del romanzo vuole inizialmente raccontare la storia di un operaio che si è impiccato lasciando una moglie e tre figli; ma «gli operai non esistono più», gli obietta il produttore, e se esistono «non contano più un cazzo per nessuno». Quindi l’imposizione di alleggerire, inventarsi una passione per il ballo, aggiungere un’insulsa vicenda sentimentale: «una delle più drammatiche crisi dell’antagonismo sociale era stata ridotta a banale storiella d’amore tra due beoti con aspirazioni artistiche». Ciò nonostante, anzi forse grazie a questo, il film va bene.

L’industria del cinema ha sempre suscitato, negli scrittori che vi sono stati coinvolti, aggressivi complessi di superiorità: gli scrittori non perdonano al cinema l’uso massiccio di stereotipi, la vigliaccheria nel piegarsi alle convenzioni di genere; hanno spesso l’impressione che l’immagine, con la sua forza mitica, prevarichi sul discorso logico e favorisca la superficialità («io sono di pancia», dicono i cinematografari). Il cinema è un’arma di distorsione di massa, il primo responsabile di quel delitto che poi la televisione ha perfezionato: la sostituzione della realtà con un facsimile patinato ed emozionante, privo di tempi morti e spietato nella sua fatuità. Rappresentante perfetta, nel romanzo di Starnone, di questo avvenuto delitto è la giovane sceneggiatrice Susi, che «ha la capacità, quasi un istinto, di rifare tutte le fiction che ha macinato dal primo anno di vita a oggi… come se possedesse in un angolo segreto della testa le matrici del già visto con tutte le regole più abusate». Susi è una «nativa» nel nuovo mondo della post-realtà, mentre il protagonista è un vecchio che soffre le pene del mutamento.

Bisogna amare molto il cinema per perdonargli le sue colpe: mentre nella seconda parte del libro Starnone satireggia le proprie frustrazioni di sceneggiatore, nella prima parte mette in scena se stesso bambino, che vive al cinema Stadio di Napoli i migliori momenti di felicità, proiettandosi nelle avventure dello schermo e isolandosi dallo spazio circostante. Molti sono i libri e i film che parlano di bambini sedotti dal cinema e molti sono i libri e i film che parlano di scrittori sfruttati e umiliati da Hollywood; sembra che Starnone (con astuzia di sceneggiatore) voglia sfruttare due filoni collaudati; per fortuna non è così, perché Starnone ha lo spessore dello scrittore autentico.

Il passaggio dalla prima parte alla seconda (dal bambino affascinato all’adulto che ha fatto del cinema la sua realtà professionale) non è che la metafora di quel che è accaduto nella storia della cultura: dal cinema fonte di meraviglioso dentro una solida realtà borghese al cinema utile appendice di una macchina del consenso fondata sulla fiction universale. Se Susi dice di sé «è come se fossi nata imparata», lo Starnone futuro autore di cinema si dichiara «sicuro di essere nato imparato»; si disgusta a vedere la vera vedova dell’operaio che «fa la vedova» al Lido di Venezia, però pensa che i «fatti veri hanno urgente bisogno di diventare finti per diffondere al meglio la loro verità».

Gli scrittori scontano, di fronte al cinema, un cocente complesso di inferiorità: invece che con le parole, il cinema ha a che fare coi corpi; la sua forza illusionistica è incomparabile. Attraverso l’invidia, lo scrittore si fa complice del cinema nel tradire la realtà e collaborazionista con il potere nel produrre una realtà simulata. Sotto i temi più evidenti, quel che fa l’importanza di questo romanzo di Starnone è una riflessione intima sulla responsabilità del rappresentare; quel che ne fa la bellezza è la sprezzatura stilistica di chi, con la serenità della vecchiaia, è capace di usare la propria autobiografia, senza pose e senza smargiassate, come significativo emblema del presente.

5/6/2010 (7:11)

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