Recensione: Michele Mari – Rosso Floyd

Pink Floyd: istruttoria sul mito

Un romanzo polifonico. Tra sogno e realtà, parlano i testimoni di un’ epoca Oratorio laico Amici, parenti, fan irriducibili e passanti casuali dicono la loro. E naturalmente Waters, Gilmour, Wright e Mason. Ma non Syd Barrett, il primo, solo evocato

Sull’ orlo di una follia senza ritorno (l’ abuso di Lsd, erba, Mandrax e alcool aveva dato un grande aiuto), Syd Barrett lascia i Pink Floyd nel gennaio 1969, solo cinque mesi dopo l’ uscita del primo album della band, The Piper at the Gates of Dawn di cui aveva scritto tutti i testi. Creatore di una formula psichedelica che i Pink Floyd nei fatti non rinnegheranno mai, il chitarrista e cantante ha dalla sua i manager Jenner e King che non credono al futuro dei Pink senza Syd. Nel ‘ 70, così, Barrett pubblica due album, con l’ aiuto di Roger Waters, Richard Wright e David Gilmour, ovvero il bassista, il tastierista e il chitarrista e cantante che si era aggiunto al gruppo per aiutare e sostituire Barrett sempre più inaffidabile e fuori di sé. Ma dopo quei due dischi, Crazy Diamond (così è e sarà sempre per i fan) lascia Londra, torna a Cambridge a casa della madre, ritirandosi a vivere nello scantinato dove resterà fino alla morte nel luglio del 2006. Un’ assenza-presenza ingombrante, perché per moltissimi devoti tutta la produzione a seguire dei Pink continuerà a iscriversi sotto il segno di quel genio precoce bruciatosi troppo in fretta. Tanto che, nonostante le smentite, ancora oggi è convinzione comune che un album come Wish You Were Here, 1975, fosseespressamente dedicato al compagno perduto.

I Pink Floyd, la loro leggenda, la loro capacità di captare e forgiare lo spirito degli inquieti anni 70 – il decennio si apre con Atom Heart Mother e si chiude con The Wall – sono i protagonisti dell’ inusuale, inatteso e bel romanzo di Michele Mari, Rosso Floyd (Einaudi). È una sorta di oratorio laico composto da un centinaio e più di recitativi, in cui di volta in volta prendono la parola Waters, Gilmour, Wright e il batterista Mason (è quello che ha scritto l’ autobiografia «autorizzata» della band, Inside Out, tradotta in Italia da Rizzoli). Parlano i diversi manager, gli ingegneri del suono e i tecnici degli effetti speciali che sempre più costellano i fantasmagorici concerti. Ci sono i musicisti che avrebbero potuto far parte del gruppo ma al momento sbagliato se ne sono andati. C’ è la voce irata di Stanley Kubrick che per due volte (2001 odissea nello spazio e Arancia meccanica) si vide rifiutare le musiche dei Pink, che invece dettero tre canzoni ad Antonioni per Zabriskie Point. Parlano amici, parenti, persone incrociate per caso. Ci sono i fan più irriducibili, quelli che non vogliono che Barrett sia dimenticato, fu lui del resto a coniare il nome della band usando i nomi di battesimo di due bluesmen americani. E ci sono quelli che poi, dopo la scissione del 1985 (Waters se ne va, Gilmour continua con Mason e poi anche con Wright), si dividono tra i sostenitori di Waters e quelli pro Gilmour. E non mancano gli ossessionati cercatori di significati nascosti, teorici impenitenti delle più esoteriche interpretazioni: una schiera numerosa che ha trovato alimento nei diversi miti del rock, come quanti ancora oggi avvistano Elvis Presley o come quelli che sono convinti che Paul McCartney è morto (lo proverebbe la copertina di Abbey Road, con Paul scalzo). Insomma, un infinito e polifonico insieme di voci, ma in tutto questo gran parlare Syd non c’ è mai. Tace. Anche se in realtà tutti parlano di lui. Per quanto continuamente evocata e rimossa, però, la presenza di Syd Barrett da un certo momento in poi comincia a restare ai margini, a sfumare nell’ ombra. A prendere sempre più forza è il progetto di Roger Waters, quello di comporre, wagnerianamente si direbbe, una «opera d’ arte totale» che comprende musica, parole, scenografie, tecnologie e anche le celebri copertine (la mucca di Atom Heart Mother, il prisma che scompone il raggio di luce di Dark Side of the Moon). Gli album e i concerti del decennio 70 sono altrettanti passi verso la realizzazione di questo ideale. Certo, Michele Mari ha buon gioco nell’ evidenziare la megalomania di Waters (che a un certo punto dice che tra centinaia di anni tutti si saranno dimenticati dei Beatles e degli Stones, ma i Pink Floyd resteranno), e suggerisce quasi una sorta di metempsicosi, di reincarnazione dell’ anima di Syd in Waters. Costruito in forma di «istruttoria» (la parola torna più volte nelle pagine di Rosso Floyd), il romanzo di Mari forse è, per la struttura, debitore della più celebre Istruttoria, l’ azione teatrale con cui Peter Weiss montava gli atti dei processi agli organizzatori dei campi di sterminio nazisti. Qui, certo, la materia è meno drammatica, in fondo è la storia di un gruppo musicale a dipanarsi tra una testimonianza e l’ altra. Ma strada facendo, Rosso Floyd è anche il resoconto di un’ epoca, della stagione in cui si cercò di sopravvivere alla caduta dei sogni degli anni Sessanta. Testo inusuale, il romanzo di Mari è un caso pressoché unico nel panorama italiano: quando mai, infatti, i nostri scrittori hanno costruito una narrazione su un gruppo musicale? Pittori, scrittori, compositori di musica classica hanno più volte tentato i nostri narratori. Mai, in modo così cospicuo, i musicisti rock. Certo, comunque, Rosso Floyd non vuol essere e non è una biografia romanzata, più o meno fedele. Non è opera documentaria, avverte la nota dell’ autore, anche se molti dei nomi e fatti citati sono reali. Semmai, aggiunge, è qualcosa che somiglia a un sogno. Ecco, Rosso Floyd è scritto come uno di quei sogni in cui personaggi «veri» si mescolano a figure non reali e si combinano in un racconto fatto di associazioni e di enigmi. RIPRODUZIONE RISERVATA L’ autore Michele Mari è nato a Milano nel 1955. Filologo, oltre ai saggi sulla sua materia, ha scritto romanzi: dal suo esordio, con «Di bestia in bestia» (Longanesi) fino a «Verderame» (Einaudi). Ha pubblicato raccolte di racconti, fra le quali si ricordano: «Euridice aveva un cane» (Bompiani) e «Tu, sanguinosa infanzia» (Einaudi); è anche autore di poesie: «Cento poesie d’ amore a Ladyhawk» (Einaudi) Il libro «Rosso Floyd» è edito da Einaudi (pagine 28, 20)

Polese Ranieri

Pagina 41

(30 maggio 2010) – Corriere della Sera

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