Le Vetrine della Redazione di Isbf: Scritture possibili

Isbf è un popolo di lettori. Lettori che vogliono essere riconosciuti come tali, che nella scelta di un acquisto critico rifiutano le limitrofe identità di consumatori (i libri non si consumano) o, meno che mai, acquirenti (i libri sono tali non perché si acquistano, ma perché si leggono). Però, è inutile nasconderlo, Isbf potrebbe configurarsi anche come un popolo di scrittori: perché chi si innamora della letteratura prima o poi viene tentato dalla possibilità di scollinare, di varcare la soglia e diventare in prima persona artefice della parola, tessitore di storie. Forse il confine tra scrittori e lettori è il più labile tra tutte le catene produttive, quello che apparentemente è più facile da ribaltare, da invertire. Tutti quanti noi lettori, a un certo punto, abbiamo tentato – o anche solo sognato – di risalire la narrazione fino alla fonte, anche solo per vedere se ha un sapore diverso, da lassù.

Allora per questa prima vetrina redazionale che festeggia l’arrivo di cinque nuovi editori (Donzelli, Forum editrice, Keller, Mattioli 1885, Nottetempo), il percorso che ho scelto è un percorso non tra letture, ma tra scritture, tra i mille rivoli in cui può diramarsi la letteratura, oggi, nell’epoca del post, del meta, dell’inter, dell’infra, un’epoca di prefissi e categorizzazioni.

Anche di fronte a quella forma di scrittura che più di tutte sembra scavalcare qualsiasi sovrastruttura, cioè la forma autobiografica, è difficile in qualche modo mantenere una limpidezza di sguardo, una naïveté circa il nocciolo referenziale di quello che andiamo raccontando. E allora può capitare, com’è il caso di Melma di Wojciech Kuczok (Forum editrice), di arrivare a scrivere un’antibiografia, come la definisce il sottotitolo. Questo perché lo strato immediatamente autobiografico e sentito (il racconto della propria infanzia) nasconde comunque un sostrato letterario, rivela una rete di rimandi che si allarga ad abbracciare l’intero Novecento fin da quel nome puntato, K., messo lì a bella posta a dire che Kuzcok non è meno K. di Kafka, che il rapporto sadomasochistico con il Padre è quello di tutti gli inetti, di tutti gli indifferenti… Wojciech Kuczok ci racconta lo stesso assunto postmoderno di un Borges, di un Calvino, ma il suo punto di vista è millimetricamente spostato, o forse lo è abbastanza da ribaltarne i presupposti: la letteratura parla sempre di altra letteratura, è vero, ma non tanto per una cronica impossibilità di farsi creatura referenziale, incarnata; la letteratura parla sempre di altra letteratura perché le nostre stesse vite sono intessute dei libri scritti e letti, nei secoli dei secoli. Il punto non è che ogni libro sia già stato scritto, sembra dirci Kuzcok. Il punto è che, lo dimostra questa sua antibiografia, persino ogni singola vita umana, a suo modo, lo è.

Qualcosa di simile, pur se con diverse tonalità, succede con L’africano di Jean-Marie-Gustave Le Clézio (Instar Libri). In questo piccolo libro il premio Nobel per la Letteratura 2008 scava nella sua infanzia, ricostruendo il viaggio in Africa per ritrovare a otto anni il padre, medico di una intera regione nigeriana. La scoperta dell’Africa è per il piccolo Le Clézio la scoperta di una nuova, impensata musica dell’esistenza, accordata a spazi sterminati, a pelle che luccica al sole, a corse a piedi nudi e insetti giganteschi che assediano le capanne, di notte. Una terra violenta, bellissima. Ma anche in questo caso lo specchio autobiografico si incrina, crepe lo attraversano su tutta la superficie, spezzando il dettato fin troppo spesso: “Ma faceva davvero caldo? Non lo ricordo affatto”, “Ma come l’abbiamo saputo? Forse ce l’aveva detto mio padre, o uno dei ragazzi del villaggio, anche se nessuno ci accompagnava”, “Quante volte ho sentito mia madre raccontare questa storia? Tanto da credere che fosse successo a me […]” o ancora, quando rievoca uno sgradevole incontro con le gigantesche formiche rosse, “Un aneddoto, un semplice aneddoto. Ma allora perché ne conservo il segno, quasi che i morsi delle formiche guerriere mi bruciassero ancora, come fosse successo ieri? Probabilmente il ricordo è intriso di sogno e leggenda”. Mentre le emozionanti foto scattate in quei luoghi dal padre di Le Clézio accompagnano la lettura (lode a Instar Libri per questa scelta), più ci si addentra dentro questa duplice, speculare rievocazione di un passato da riscoprire, più il lettore si rende conto che parole e immagini non combaciano, c’è nelle fotografie una nitidezza, una testimonianza documentaria che i ricordi di Le Clézio non possono avere, perché si sparpagliano lungo gli anni che separano quegli occhi di bambino imbevuti d’Africa dal maturo scrittore che li rievoca, attraverso il duplice filtro della memoria e della scrittura: cambiano le dimensioni, i tempi, e il ricordo, liquido, si frammischia al sogno e alla leggenda, lo specchio d’acqua sembrava solido ma non lo era, la superficie è scura eppure, nonostante tutto, scintilla.

Colgo al volo questo rapporto complesso tra immagini e scrittura per parlare di un libro molto particolare, Edward Hopper (Donzelli), in cui lo scrittore e poeta Mark Strand traccia brevi prose a didascalia di trenta famosi quadri del pittore statunitense, in una scrittura che flirta con i tecnicismi della lettura critica dei quadri ma solo per curvarne il linguaggio in squarci lirici che rovesciano certi luoghi comuni dell’interpretazione hopperiana (la solitudine, il realismo…): “Un uomo è tornato a casa dal lavoro, s’è tolto la giacca e si è messo a rastrellare l’angusto tratto di prato che verosimilmente è di sua proprietà. Ma mentre è impegnato con il rastrello, alza lo sguardo e fissa lo spazio tra la sua casa e la casa accanto. È uno spazio che forma un corridoio di luce. Il suo sollevare lo sguardo sembra essere qualcosa di più che un momento di distrazione. Ha lo spessore della trascendenza, come se chissà quale rivelazione fosse a portata di mano, come se qualche segno foriero di una trasformazione fosse criptato nella luce. […] In quello che ci pare essere uno dei soliti quartieri del ceto medio sta accadendo qualcosa che non si può spiegare in modo convenzionale. È quasi un’annunciazione”. Il rapporto tra i quadri riportati sulla pagina di sinistra e le didascalie su quella di destra costruiscono un campo semantico che non è delle sole parole e non è delle sole immagini, ma di un’indistricabile compenetrazione di entrambi.

Scrivere oggi significa inserire la propria esperienza nella biblioteca di Babele, connettersi nella rete intertestuale, scavarsi una nicchia nel labirinto. Ogni scrittura, si diceva almeno fino a qualche tempo fa, è sempre una ri-scrittura, una rielaborazione della memoria poetica dell’autore, magari compressa, shakerata, frullata, a volte persino mal digerita. È però possibile una forma particolare di scrittura di secondo grado, quella che parte da alcune posizioni, da alcuni libri, per prenderli con sé e portarli da altre parti, mettendone magari in discussione gli assunti. È questo il caso di La seconda scomparsa di Majorana di Jordi Bonells (Keller editore), che prende le mosse dal famoso romanzo-inchiesta di Leonardo Sciascia. Jordi Bonells, studioso di letteratura sudamericana, si reca a Buenos Aires per una ricerca sulla scrittura sotto dittatura, sulla scomparsa degli scrittori, e a questa ricerca interseca una personale ricerca delle tracce di Majorana, secondo molti espatriato proprio a Buenos Aires. Ed è proprio interrogando gli scrittori che Jordi ricostruisce la storia nascosta di Majorana in Argentina, diventato Hector Mayor (eteronimo?), una storia che quindi è legata a doppio filo con quella terribile della repressione, dei desaparecidi. Il perché della fuga di Majorana non è del tutto esplicitato, prende appunto le distanze dal superuomo etico sciasciano per descrivere in prima battuta un intellettuale un po’ miope se non simpatizzante per il nazifascismo, che solo attraverso la sua seconda vita argentina, prendendo contatti con l’ambiente culturale sotto dittatura, ha come una seconda possibilità di capire la sostanza delle cose, una seconda possibilità per diventare proprio quel personaggio integerrimo e profondamente puro descritto da Sciascia. E nel momento in cui l’ultimo testimone descrive la seconda scomparsa di Majorana, fagocitato dalla polizia, trasformato finalmente e definitivamente in desaparecido, il fisico italiano raccorda in sé la storia di due mondi, di due dittature, di due dilemmi morali e politici di fronte al quale l’individuo è portato prima a resistere, e poi a scomparire nel nulla.

Sulla stessa linea di Jordi Bonells, Nimrod (pseudonimo di Nimrod Bena Djangrang) riesce invece, con Le gambe di Alice (nottetempo) in una riscrittura molto libera dei rapporti di forze che strutturavano la Lolita nabokoviana, attraverso il racconto teso e poetico dell’amore improbabile che coglie un giovane insegnante, infatuatosi della giovinezza inerme e sensuale della sua allieva Alice, il tutto nel fragore sanguinoso e disperato della guerra civile in Ciad. Come per La seconda scomparsa di Majorana anche in questo caso si tratta, più che di una riscrittura, di una ricontestualizzazione, della scelta di asportare materiale letterario per porlo a contatto con le budella della Storia, riavviando il motore letterario verso nuovi significati e nuovi reazioni chimiche: nel bel mezzo della morte e della devastazione, l’infatuazione erotica verso l’allieva diventa il miraggio di una salvezza possibile per l’umanità, la tensione verso un mondo possibilmente più puro, sorretto dalle gambe leggere e inconsapevoli di una qualsiasi Alice.

Gordon Lish, il famosissimo editor di Carver, con il suo Caro signor Capote (Nutrimenti) si rapporta ancora in modo diverso al materiale letterario da cui trae ispirazione. Il punto di partenza non è, in questo caso, il romanzo vero e proprio A sangue freddo, ma più in generale l’immagine che Truman Capote aveva guadagnato nell’ambito del panorama culturale americano degli anni ’80. Lish compone una lunga, ininterrotta lettera che un sedicente serial killer indirizza a Capote, cercando di vendergli l’esclusiva della sua storia per poter poi pubblicare qualcosa di ancora più agghiacciante, appunto, di A sangue freddo. Questo pretesto permette a Lish di ordire una lingua complessa e stratificata nei suoi costanti riferimenti al mondo radiofonico, televisivo, pubblicitario, facendo del suo maniaco monologante un ripetitore inconsapevole del bombardamento mediatico cui siamo perennemente sottoposti. Una lingua ipnotica, costruita su tic linguistici del parlato e ritornelli, modi di dire, una lingua che ha il compito di evocare la trama per ellissi e indizi, in modo frastornante – quanto ammaliante – per il lettore, che si vede squadernare sotto gli occhi decine di riferimenti sommari a diversi episodi della vita del personaggio, costantemente abbandonati e poi ripresi in un delirio sincronico che risucchia qualsiasi momento temporale nel presente allucinato della confessione epistolare. Gordon Lish dimostra una capacità di controllo incredibile sulla scrittura ma il manierismo, che è pure dietro l’angolo, non minaccia affatto questa angosciosa e angosciante voce céliniana, che dal sottosuolo della psiche emerge sulla carta per incarnare gli orrori quotidiani – piccolo-borghesi – della contemporaneità.

Ma è forse il caso di smorzare i toni, e allora ecco arrivarmi in soccorso il divertente Manualetto pratico a uso dello scrittore ignorante (Mattioli 1885) di Filippo Tuena, che parte proprio da quel coraggioso e scriteriato sconfinamento di cui parlavo all’inizio: perché uno stimato professionista, completamente e serenamente inserito nella società, deve complicarsi la vita scrivendo e tentando di pubblicare un romanzo? Perché da lettori tentare cocciutamente di farsi scrittori? Il Manualetto si districa tra le varie situazioni tragicomiche in cui si troverà lo scrittore ignorante (cioè quello ingenuo, che si improvvisa e manda i manoscritti agli editori senza avere gli amici giusti, le entrature…) lungo tutte le fasi dell’odissea editoriale: l’idea malsana, la stesura in incognito, l’outing nella cerchia accondiscendente di parenti e amici, fino al calvario delle circolari di rifiuto dalle case editrici e alla casuale e del tutto inspiegabile pubblicazione. Il libro è leggero e divertente, dice alcune piccole verità che noi scrittori ignoranti non vorremmo mai ammettere sulle nostre vanesie velleità, e anche qualcuna sui meccanismi spesso insondabili (casuali?) del mondo editoriale.

Pubblicare il primo libro significa dire una volta per tutte ciò che non riuscirai mai più a dire, sosteneva Calvino. L’esordio letterario, per chi ci crede, è come una rimessa al mondo, sostiene Moresco. E l’esordio di Emanuele Tonon, Il nemico (ISBN edizioni), precipita proprio come la freccia moreschiana dentro la fessura incustodita della carne, si conficca sulla superficie inerte della nostra umanità sociale (la fabbrica, alienato microcosmo) e spinge con l’ostinata violenza di un amplesso che martella, cieco, sullo stesso punto. Finché la fessura si allarga, lo sbrego si apre di squarcio, la carne cede. E non ci sono parole a guadagnare l’esterno, a denunciare questo dolore animale, soltanto aria, sempre aria, ingoiata e vomitata, sputata, il respirare afono di chi non può parlare, e allora scrive. Il silenzio contagia come una pestilenza tenera i rapporti più stretti, il padre piagato, la sposa muta, nel silenzio si saldano le epidermidi e i ventri, nel silenzio si consuma un complesso sistema di riti che sostituiscano il Dio cattolico, minacciosamente silenzioso, con un altro Dio silenzioso ma di dolore, un’altra Scrittura, un Dio rovesciato nel suo opposto, nel luminoso Lucifero che abbaglia le facce della gente che vive della sua luce inconsapevolmente riflessa. E il cammino di questo nucleo familiare, ricalcato a suo modo su quello cristiano e irrimediabilmente monco, il Dio padre Settimo che destina la vergine Marta a partorire un Cristo-scorreggia, sotto gli occhi testimoni di questo dolorante San Giuseppe operaio, teologo-operaio, che porta su di sé le stimmate del sangue dell’umanità, questo cammino che è sempre un rotolare, un rantolare, fin dall’inizio procede lungo un declivio che è un falso piano, scende fino alla spiaggia deserta, fino a un’ultima cena di Tavor, si inabissa nel mare come fosse l’Inferno, o forse un qualche accidentale Paradiso.

È forse il caso di tornare alle radici della scrittura, da dove nasce, e perché, che cosa significhi ancora, nel terzo millennio, stringerci – idealmente – intorno a un fuoco per raccontarci delle storie. E potrebbe sembrare strano se, per far questo, utilizzo Il principe del fuoco, una piccola raccolta di racconti soprannaturali di matrice ebraica scritti da Filip David, autore serbo prima inedito in Italia e che Zandonai ha giustamente iniziato a tradurre. Il patrimonio magico-mitologico della Qabbalah ebraica ci appare lontano e imbevuto di morboso esotismo, molto più di quanto le pretese radici culturali comuni vorrebbero farci credere. E infatti il lettore medio, cioè io, nel percorso oscuro che lo conduce tra questi piccoli racconti soprannaturali prova prima di ogni cosa stupore, scivola poi nella fascinazione e infine si trova incastrato in quella specie di tenero amore che proviamo per le piccole cose che ci paiono belle e luminose – pur nelle tenebre di cui sono intessute. Filip David in ognuno di questi brevissimi squarci narrativi opera di sottrazione, concisione e allusione, avendo cura di incentrare ognuno di essi su differenti personaggi o aspetti della complessa mitografia ebraica, sorta in margine all’ortodossia della Torah, negli interstizi dove le paure quotidiane della gente arrivavano a far fermentare il rigore veterotestamentario in un tripudio di mostri, fantasmi, maledizioni e profezie. Il popolo ebraico trasmette questo sapere magico-popolare con la semplice arma del racconto, quell’oralità che crea un percorso parallelo di conoscenza, in connubio ma anche in contrasto col sapere della pagina scritta, del Libro. Tutti questi racconti hanno una struttura a cornice che prevede, pressoché invariabilmente, l’incontro casuale e pretestuoso di alcuni personaggi, stretti l’un l’altro in condizioni di precarietà e sofferenza, intenti a raccontarsi a vicenda la propria storia di dannazione, a condividere la tragedia di un mondo governato da regole divine e diaboliche, comunque insondabili. E anche quando non c’è questa configurazione ce n’è altre simili, la lettera, la confessione, il diario, Filip David lungo tutti questi racconti non fa che mostrare l’umana condivisione della disperazione e di quella particolare forma di conoscenza dell’ignoto che è tutta emozionale, non potendo essere intellettiva. D’altra parte l’aveva scritto e detto anche Calvino, ribaltando l’assunto antropologico della fiaba laica nata da una costola del racconto sacro, mitologico: stretti intorno a un fuoco, gli uomini si raccontano a vicenda delle storie, quasi fosse un istinto naturale, animale, e poco importa se queste storie siano vere o inventate. Ciò che importa è che, nel narrarle, gli uomini mettono insieme i cocci del reale, li confrontano, li sfregano continuamente nell’attesa di una qualche scintilla che faccia scaturire ben altri fuochi, ben altri incendi.

Dario Rossi
Redazione di Isbf – Internet Slowbookfarm

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Una Risposta to “Le Vetrine della Redazione di Isbf: Scritture possibili”

  1. Giada Says:

    Ecco il perché. Ecco il perché della letteratura (e di certa filosofia anche). Sarà che il linguaggio mi incanta, da sempre. Ma ecco il perché delle parole e del silenzio, quando il silenzio dice. Ecco perché vogliamo (voglio) leggere sempre e ancora, e di nuovo. Cose vecchie, già lette, e quelle ancora non lette. Ecco perché c’è bisogno di raccontare e di raccontarsi, di dirsi, senza mai lasciare le sensazioni non dette, senza mai lasciar morire quello che vuole vivere. Ecco il perché. E’ perché c’è la vita, che è letteratura, che è narrazione. E’ che è un dovere, quello di accendere altri fuochi.

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