Le vetrine d’autore del nostro Farm market: Andrea Cortellessa

Libri speciali per gente comune


Perché si dovrebbe leggere con lentezza, in un mondo che da tempo ha scelto di andare al massimo della velocità, precipitandosi verso la fine col piede a tavoletta sull’acceleratore?
Se si legge con lentezza lo si fa nella speranza – o nell’illusione – che la lettura che oggi abbiamo scelto per noi non equivalga al “consumo” del libro, al facile trangugiare del testo che quel libro ci trasmette. Ci illudiamo che quelle parole non si lascino “consumare” tanto facilmente; che oppongano resistenza, che si manifestino alla nostra coscienza per durare. Si spera insomma che la sostanza misteriosa, che sospettiamo e speriamo sia contenuta in quelle pagine, nell’attraversarci non ci lasci indenni, non scorra via sulla nostra pelle senza fare attrito. Vorremmo al contrario che quelle parole agiscano, sul nostro metabolismo intellettuale e sentimentale, come uno di quei farmaci che si definiscono “a lento rilascio”; che una volta depositati nella coscienza si illuminino a distanza, come – dice Gadda nel Pasticciaccio – certe «teoretiche idee […] sui casi degli uomini: e delle donne» che il dottor Ingravallo ogni tanto enunciava: «quei rapidi enunciati, che facevano sulla sua bocca il crepitio improvviso d’uno zolfanello illuminatore, rivivevano poi nei timpani della gente a distanza di ore, o di mesi, dalla enunciazione: come dopo un misterioso tempo incubatorio. “Già!” riconosceva l’interessato: “il dottor Ingravallo me l’aveva pur detto”». Ecco: i libri da leggere con lentezza sono quelli che, in un modo o nell’altro, ci impongono questo «misterioso tempo incubatorio». Sono libri scritti nel tempo: per questo a loro volta ci richiedono tempo. Promettendoci in cambio, però, di donarci in futuro altro tempo. Sappiamo che daremo loro ragione, prima o poi: magari a distanza di anni.

 

I libri da leggere con lentezza sono libri speciali. Che risolutamente si sottraggono alle mode, ai format industriali, alle «tendenze» da rotocalco, alle urgenze attualizzanti della «cultura» da dopotiggì. Sono insomma libri di qualità. Questo termine – nel quasi anno che ci separa dall’ideazione e dal lancio delle Classifiche appunto «di Qualità» promosse da Pordenonelegge e coordinate da Alberto Casadei, da Guido Mazzoni e dal sottoscritto – ha fatto discutere tantissimo. E francamente non ce lo aspettavamo. Immaginavamo che potesse essere trovata discutibile la nostra nemmeno velata protesta contro l’appiattimento mediatico sulle Classifiche di Vendita, questo totem – o moloch – dell’industria culturale contemporanea. E invece i dubbi più tormentosi si sono incentrati su questa paroletta magica e traditrice. Che vuol dire – ha voluto dire – tutto e il contrario di tutto.   Molto banalmente e umilmente, tuttavia, io inviterei a considerare il termine anzitutto nella sua immediata etimologia. Qualitas è la proprietà, la caratteristica che individua qualcuno o qualcosa. Che quel qualcuno o qualcosa rende unico e appunto speciale. Che ci consente di confrontarci con esso, per così dire, faccia a faccia: da uno a uno. Fra i grandi titoli della modernità letteraria ce n’è uno che più degli altri ci affascina per la sua ambiguità, L’uomo senza qualità di Robert Musil. È stato giustamente osservato che Ulrich, il suo protagonista, nonché essere privo di qualità ne ha al contrario sin troppe: e proprio questa è una delle cause che gli impediscono di metterle a frutto. Ma proprio perciò assomiglia in modo insolente all’esperienza che ha di sé l’uomo-che-legge nella modernità. Se è senza qualità è perché – in realtà e al di là delle apparenze – assomiglia a tutti noi. Ciascuno di noi infatti si sente speciale, crede di avere qualità uniche e incomparabili. E in effetti è proprio così. Ma il paradosso è che proprio questo nostro senso di unicità è il primo e più sottile legame che, a ben vedere, ci unisca a tutti gli altri. È il paradosso della parola «speciale», che Giorgio Agamben ha illustrato una volta (L’essere speciale, in Profanazioni): «essere speciale non significa l’individuo, identificato da questa o quella qualità che gli appartengono in modo esclusivo. Significa, al contrario, essere qualunque, cioè un essere tale che è indifferentemente e genericamente ciascuna delle sue qualità, aderisce ad esse senza lasciare che nessuna lo identifichi». È speciale ciò che riconduce ciascuno di noi alla specie cui appartiene: l’ontogenesi ricapitola la filogenesi. «Speciale è, infatti, un essere – che, non somigliando ad alcuno, somiglia a tutti gli altri» (è ancora Agamben che parla).   Lo stesso vale per i libri, e i loro autori. I libri-format, i libri scritti e prodotti in serie, sono proprio quelli che più trionfalmente ci annunciano personaggi indimenticabili, destini unici, intrighi clamorosi. E i loro stessi autori, quelli sbattuti in copertina dai magazine e sulle poltrone dei salotti tivvù, sono infatti tutti, sempre e regolarmente, personaggi speciali. Quasi una galleria di freaks. Ma si sta parlando appunto di una «galleria»: una serie, qualcosa che assomiglia da vicino a una catena di montaggio.La vera qualità, il vero essere speciale, di un autore o di un libro, va allora cercato più in profondità; ha a che fare piuttosto con la sostanza stessa, degli autori e dei loro libri. Con la loro scrittura, certo; e con la «grammatica della visione» che sempre essa significa, sottende e veicola. L’unicità dello sguardo di chi ha scritto: e, incontrandoci, ci rivolge la parola.

Ce l’ha mostrato Franz Kafka: il più unico, speciale, incomparabile – e dunque simile a tutti noi – degli scrittori. Come dice Ermanno Cavazzoni nella postfazione al volumetto Quodlibet ad esso intitolato, in uno dei suoi ultimi racconti, Un artista del digiuno, Kafka ci presenta un «artista» unico, e dunque simile a tutti gli altri: l’arte è «una vocazione», «lo scopo per cui uno sta al mondo». In quest’«idea come si vede molto larga e comprensiva di arte e di artista», “arte” è esprimere il proprio essere speciale, la propria natura, il proprio “carattere” (come dice lo scorpione in un apologo caro a Orson Welles…), la propria «mania» (come calca il pedale Cavazzoni, noto appassionato di frenologia). Tutti noi ci sentiamo rappresentati dagli artisti perché oscuramente sappiamo di essere, al di là delle apparenze, perfettamente identici a loro. Solo che nei loro confronti operiamo una delega: attribuiamo a loro il compito di spingersi più in là, nell’essere se stessi, di quanto ci permettiamo di fare noi, nella nostra esistenza «senza qualità». Sicché ha ragione Cavazzoni a concludere: in Kafka «c’è in forma di racconto l’idea di cosa sia questo fenomeno che chiamiamo le arti; per le quali non conta ciò che si lascia, perché è solo e sempre il segno di un destino e di un fallimento, e quindi più che storia dell’arte questo fenomeno lo si dovrebbe chiamare: la vita di tutti». Ecco, questo è forse il vero senso del bellissimo titolo della collana in cui è uscito questo libro, «Compagnia Extra»: ciascuno è diverso dagli altri e dunque tutti appartengono, davvero, al nostro comune essere umani.
Nella scelta dei nove libri della prima «vetrina» di ISBF, mi sono lasciato guidare proprio da questo criterio. I loro sono tutti autori decisamente speciali – a tratti forse un po’ «maniaci» – e sono senz’altro – nell’accezione appena esposta – libri di qualità. Così come sono editori di qualità quelli che sanno cercare, riconoscere e incoraggiare autori che hanno tali caratteristiche: anche perché questi autori non sono quasi mai, per carattere, persone “facili” (prima qualità di chi voglia farsi loro editore, dunque, è la pazienza). Una specie di nabokoviano, aristocratico collezionista di queste farfalle rissose e irascibili (e dunque simpaticissime) è stato per decenni André Schiffrin, editore di culto che ha saputo denunciare prima e meglio di tutti – in saggi come Editoria senza editori – la massificazione e l’omologazione che questi valori da tempo minacciano (e stanno ormai schiacciando) a livello globale. Le sue saporosissime memorie, pubblicate da Voland col titolo di Libri in fuga, parlano di esilio, estraneità, solitudine: e immenso coraggio. Un coraggio che dà piacere, il piacere della letteratura.
Per l’Italia l’esempio più tipico, e finanche famigerato, di scrittura da leggere con lentezza è senz’altro Antonio Pizzuto. In una lettera al linguista amico Giovanni Nencioni con nonchalance disse una volta di sé: «Che importa se i più dicono di me: “Graecum est, non legitur”? Un tale mi ha fatto dire: “Mi spezzo, ma non mi spiego”. Eppure, a rileggermi, dovrebbe prima o poi brillare un lampo elettronico di avvertenza e tutto allora – o quasi – diverrebbe chiaro e concreto». Ed è proprio così: a leggerlo davvero, Pizzuto, ci si accende regolarmente dentro, a un certo punto, lo «zolfanello» di cui parlava l’Ingravallo di Gadda. È così anche in questo inedito giovanile restaurato col consueto amore, per l’eroica collana «Arno» di Lavieri, da Antonio Pane: non vi si registrano ancora le asperità sintattiche, la feroce economia espressiva che caratterizzeranno le opere mature del maestro siciliano; ma appunto, rileggendo la sua opera alla luce di questi remoti palinsesti, ci si rende conto in un lampo di come il suo «sistema» sia tutto tramato di segrete corrispondenze: giammai gratuito, sempre tenacemente necessitato, finalmente illuminato a festa dalla luce dell’intelligenza – e dell’emozione.
Un altro maestro in ombra che negli ultimi anni ha ricevuto nuova luce dai riflettori è Luciano Bianciardi: per il quale il nuovo marchio ISBN ha coraggiosamente ideato addirittura una collana di classici, che sin dal titolo si vuole risolutamente alternativa rispetto ai valori consolidati e ai canoni stabiliti. I curatori dei due grossi volumi, Massimo Coppola e Alberto Piccinini, hanno avuto buon gioco a far notare (non senza un sintomatico quanto impegnativo paragone proprio con Kafka) come – nella sua alienazione di travet dell’industria culturale, forzato della macchina da scrivere, «intellettuale a cottimo» – Bianciardi involontariamente profetizzi – non dicendolo ma mostrandolo («Bianciardi non è un filosofo, al contrario è il protagonista di un romanzo esistenzialista») – il destino del proletariato intellettuale del ventunesimo secolo. Cioè, ancora una volta, di tutti noi.
Scrittore fuori da ogni canone, e anche fisicamente fuori (ormai da mezzo secolo abbondante) dai confini nazionali, è senz’altro Luigi Di Ruscio. Quanto mai ispido essere speciale – ne sa qualcosa chi qui scrive, che ha appunto preteso di farsene editore… – che, con molto maggiore consapevolezza «esistenzialista» di quanta ne avesse avuta Bianciardi, negli ormai tanti decenni di scrittura in versi e in prosa ha saputo mostrarci la condizione non solo operaia, ma in generale di chiunque senta di essere solo proprio in quanto incatenato a tutti gli altri. Il battere a macchina come un indemoniato è per lui, esplicitamente, uno spettrale doppio allegorico degli anni passati alla catena di montaggio. Il creaturale opus magnum elaborato nel corso di un trentennio, Cristi polverizzati, ci fa sentire a pelle – nella sua lingua tutta inventata e straordinariamente energetica – la tortura e l’estasi di questo essere singolare-plurale che appartiene a tutti noi. E fa del suo instancabile io narrante un vero Cristincroce: eroe e martire che, nella sua irriducibile difformità da tutto e tutti, esemplifica benissimo, appunto, l’umana condizione.
«Lontani» – eticamente antichi e a loro volta anche geograficamente separati dalle coordinate del «successo», della «fama» e della standardizzazione – sono i due coautori di Non rimpiango, non lacrimo, non chiamo (appena uscito nella nuova collana «Margini a fuoco», curata per Transeuropa da Marco Rovelli): il ligure esiliato in Olanda Marino Magliani e il toscano fieramente periferico Vincernzo Pardini. Che alternano le loro voci fra loro diversissime ma anche quanto mai simili, ancora una volta, per la loro comune inconciliabilità coi ritmi, i luoghi comuni, le etichette dell’attualità letteraria.
Roberto Roversi, poi, è una vera e propria colonna vertebrale di questa modernità letteraria irriconciliata e a schiena diritta – straordinario testimone del «paese senza» nel suo ancora inedito capolavoro, L’Italia sepolta sotto la neve. In Tre poesie e alcune prose, per la prima volta in più di quarant’anni, ha permesso a una corposa antologia dei suoi fondamentali testi poetici di circolare in un’edizione «normale» (seppure per le cure «speciali» di Marco Giovenale). È un’occasione unica, specie per chi è più giovane, di fare la conoscenza con un autentico protagonista della modernità letteraria italiana: che per tempo ha saputo riconoscere il meccanismo stritolante della celebrità letteraria e dello struggle for life editoriale, scegliendo di risolutamente sottrarvisi (e con ciò però, salvo che in questa occasione appunto, sottraendo anche a noi – puniti per eterogenesi dei fini, per così dire – i suoi nutrientissimi testi).
Al contrario di Roversi è perfettamente inserito nella «macchina» della cultura contemporanea Giorgio Vasta, l’esordiente che più ha fatto parlare di sé nell’ultima stagione letteraria. Ma, a conferma che ci sono tanti modi diversi di essere speciale, anche questo giovanissimo scrittore ha saputo mostrarsi difforme dallo stereotipo del giovane-autore-di-successo, tutto immagine e distintivo, pronto per il lancio nella tonnara dei premi e delle classifiche (e, subito dopo, per quello nel dimenticatoio). Con una scrittura dura, aspra e insieme piena di screziature, lavorata in ogni suo aspetto, il primo romanzo di Vasta – come dice il suo titolo – si cala e ci cala nel tempo, nella sua materialità spietata e incontrovertibile. E disegna personaggi che hanno in comune con lui lo sguardo fisso sull’obiettivo: l’ostinazione della diversità, la tenacia di staccarsi da una vita che non amano, e che non li ama.
Piace concludere questa galleria di «casi unici» con Antonio Moresco: lo scrittore italiano, cioè, che con maggiore ostinazione nell’ultimo decennio ha voluto pubblicamente decretare proprio la sua unicità, la sua irriducibilità a qualsiasi etichetta o pur nobile filiazione letteraria. Quasi un complesso, quello che potremmo intitolargli: che fotografa con esattezza anche i pericoli di fare, delle caratteristiche qui esaltate, un partito preso. (Così come sono sempre pericolosi, ancorché talvolta necessari, i partiti presi.) Ma non ci sono narcisismi in Zingari di merda: il lacerante reportage che Moresco, accompagnato dalle intense fotografie di Giovanni Giovannetti, ha dedicato ai Rom fra la loro terra d’origine, la Romania, e quella pelosa terra promessa – con loro così poco civile – che è poi la nostra. Non sorprende chi ne conosca l’autore il fatto che in questo testo spietato, sin dal titolo, tutto sia presente meno che l’idealizzazione, il buonismo, l’«umanitarismo» – cui ci hanno invece abituato altre voci, a confronto con questa medesima realtà tragica. Sono queste le caratteristiche, umanissime, di quello scrittore «disumano» che è sempre Antonio  Moresco.
Ed è questo anche il miglior viatico alla lettura di tutti i libri selezionati per voi da ISBF. Un grande poeta, Sandro Penna, ha scritto una volta: «Felice chi è diverso / Essendo egli diverso / Ma guai a chi è diverso / Essendo egli comune». Guai, sì, sono sempre quelli che abbiamo in sorte: tutti noi uomini perfettamente comuni e dunque assolutamente diversi da tutti gli altri. Per questo abbiamo scelto di prendere con noi un libro. Per condividere qualcosa che sappiamo sarà comune, sempre e in ogni caso, almeno a qualcun altro.

Andrea Cortellessa

16 marzo 2010

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5 Risposte to “Le vetrine d’autore del nostro Farm market: Andrea Cortellessa”

  1. daniela di sora Says:

    Come è vero! quanta pazienza occorre per fare l’editore! Non se ne ha mai abbastanza, e non solo gli autori sono (a volte, non sempre) “farfalle rissose e irascibili”, ma anche i traduttori, e i librai, e i lettori. Per non parlare dei direttori di banca, gli esseri umani con i quali passo sempre più spesso il mio tempo, in questi mesi.

  2. vetrina « slowforward Says:

    […] Posted by mg on March 19, 2010 La vetrina d’autore della settimana: Andrea Cortellessa […]

  3. marta campi Says:

    una bella miscellanea di libri prevedibili e no.

  4. Libri speciali per gente comune – Nazione Indiana Says:

    […] urgenze attualizzanti della «cultura» da dopotiggì. Sono insomma libri di qualità.  [Continua qui] Per ora non ci sono altri articoli su questo argomento. Questo articolo è stato scritto da […]

  5. Sara Says:

    Grazie dei libri consigliati! Leggerò sicuro Kafka. Io ho trovato questo libro facendo ricerche per l’università e ve lo consiglio “Parlami delle tue ombre” di Vitali Deianira. Libro bizzarro però merita!

    http://www.lulu.com/browse/search.php?search_forum=-1&search_cat=2&show_results=topics&return_chars=200&search_keywords=&keys=&header_search=true&search=&locale=&sitesearch=lulu.com&q=&fListingClass=0&fSearch=parlami+delle+tue+ombre&fSubmitSearch.x=10&fSubmitSearch.y=10

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